Mar 04 2009
Qualche proposta indecente per il lavoro..
Fuori piove. E’ la serata perfetta per il pessimismo. E’ la serata perfetta per scrivere un post. Era da molto che non lo facevo. L’entusiamo iniziale e la frequenza dei miei post hanno ceduto il posto ad una disaffezione per il blog. Le cose su cui scrivere e da dire sarebbero molte. Dovrei però fare il giornalista o il blogger a tempo pieno e dato la lunghezza dei miei post e gli argomenti avrei anche pochi lettori.
Ho ciccato su questo link in pratica Repubblica.it raccoglie le storie dei licenziati a causa della crisi, ma spesso anche prima.
900 storie. Se fossero solo quelle tutto sommato non ci sarebbe di che preoccuparsi. 900 persone senza lavoro. Nulla di che. Ma il problema sono le storie non raccontate. Fossero solo quelle raccontate non sarebbe un problema. Forse molti non hanno nemmeno il coraggio e la voglia di scrivere due righe sulle loro storie lavorative finite male.
Io sono un imprenditore, quindi tutto sommato dovrebbe fregarmene delle loro storie. Ma purtroppo non so se per educazione o per formazione sociale e culturale non riesco proprio a fregarmene del prossimo. E’ così mi lascio contagiare da queste storie. Ne ho letto le prime 50 in fretta, perché dopo un po’ mi veniva da vomitare.
Vediamo di dire qualcosa di concreto.
Si è tanto parlato di sussidio di disoccupazione, in questi giorni. La crisi, secondo la logica, dovrebbe essere l’occasione giusta per riformare tutto il sistema di ammortizzatori sociali che di fatto è una giungla che da una parte crea facili abusi e dall’altra non permette di ammortizzare alcun che. Il risultato è in quelle 900 storie.
Il paradosso del moderno sussidio di disoccupazione è questo (forse dirò delle inesattezze, in quanto ignoro deliberatamente come funzioni esattamente): lavori alcuni mesi, ti metti i famosi contributi ne bastano si e nò 50 o 100 giorni all’anno e l’anno dopo ti arriva un bell’assegno di disoccupazione, 1500-2000-3000 a seconda se hai figli a carico e altre situazioni che fanno accrescere l’importo dell’assegno. La cosa specie qui al sud va forte specie nel settore agricolo, dove lo stato ha dato per scontato che nella vita di un individuo ci fossero mesi e mesi di inattività per il quale è giustificato il sussidio. Nulla da dire per carità, ma tra quanti magari ne hanno legittimo bisogno ci sono molti per i quali è solo un furbo meccanismo per “fregare” lo stato. E magari lavorare in nero, rifiutando magari un posto di lavoro regolare tutto l’anno perchè poi “non posso prendere la disoccupazione”. In molti è più un modo per sentirsi furbi, che un reale beneficio economico. O forse l’uno e l’altro.
Non me la prendo tanto con loro, tutto sommato sfruttano una stupida legge di questa stupida nazione.
Il problema non sono coloro i quali abusano di questo ma lo Stato che permette tale abuso. Lo stesso comunque mi sembra che è valido per altri settori, dove lavori alcuni mesi in “bianco”, nel senso regolare, e poi altri mesi ti fai dei bei mesi di lavori in nero, nell’attesa che arrivi l’assegno.
Dall’altra parte c’è un altro paradosso: vieni licenziato e se hai un regolare contratto hai diritto al sussidio di disoccupazione e dopo 6 mesi (se sei fortunato) hai l’assegno dell’INPS. Nel frattempo se non hai qualcuno alle spalle, dovresti essere morto di fame e finito in miseria. Forse lo stato italiano nell’istituire certe norme ha tenuto in conto della “rete sociale” italiana fatta di sussidarietà domestica e della cerchia di amici e conoscenti. Su questo si è basato il sussidio di disoccupazione per tutto questo tempo?? Oggi vanno anche a mancare le reti sociali, e la società non è più quella di una volta fatta di famiglie, amicizie e parentele del piccolo mondo antico.
Io spero di no, che sia solo il risultato dell’illogico parto mentale di qualche legislatore o burocrate o forse era figlio di tempi passati, quando il quadro economico e sociale era diverso e tale scelta era la migliore delle scelte possibili. Ho comunque dei dubbi. A volte non è nemmeno malafede, ma solo imbecillità. Al primo c’è soluzione, per la seconda è un non problema: non esiste soluzione. Dio ci salvi dalla stupidità. Ma dubito che esista, quindi siamo proprio nella merda.
Le leggi sul lavoro precario che hanno generato una fitta selva selvaggia e oscura di contrari a tempo determinato, co.co.co., co.co.pro, lavori atipici e lavoro interinale hanno fatto un bel casino.
La cosiddetta legge Biagi ha creato molto danno in questo paese. Il bello che la colpa non è nemmeno del povero Marco Biagi: la sua riforma era diversa e il bello che questa legge e tutte quelle che ne sono derivate porta ancora il suo nome. Se fossi della famiglia Biagi vieterei di associare il suo nome a qualsiasi legge, in nome della sua memoria.
In pratica politici si sono nascosti dietro il suo nome per partorire una riforma del mercato del lavoro, dove se da una parte si è introdotta flessibilità dall’altra si è creato un moderno schiavismo, che ormai è diventato insostenibile. Introdurre flessibilità era pressoché inevitabile, in quanto il mondo da qualche decennio non era più il mondo del dopoguerra “prevedibile” e “lineare” fino a quello degli anni 80. Oggi è un sistema complesso non lineare. Solo che nel creare flessibilità lo si è fatto nel modo più sbagliato. Si è introdotta flessibilità in entrata (ovvero introduzione nel mondo del lavoro) mentre non si è creato una vera flessibilità in uscita. Tutto in nome di un tabù: la libertà di licenziare. Pur di evitare di introdurla si sono create le moderne caste lavorative. Tipo India, dove la sono per nascita. Ma la mobilità di classe si sta riducendo. Forse in India aumenta. Qua decresce. Nasci povero e hai basse possibilità di diventare ricco. Non esiste nessun sogno italiano. Ma solo tanti incubi.
Ci sono i precari, gli sfortunati, sono i lavoratori a progetto, gli atipici, i co.co.co. Poi un gradino più sopra ci sono i lavoratori a tempo determinato. Insomma chi ha una busta paga “normale” della durata limitata, ma che almeno può avere la dignità di dirsi “dipendente” regolarmente assunto. Quasi un motivo d’orgoglio. Forse in questa guerra tra poveri il dipendente determinato guarda il precario con un atteggiamento di superiorità. I don’t know, ma è possibile. Poi ci sono i privilegiati: i lavoratori a tempo indeterminato. Essi stessi penso si credevano dei veri fortunati, per poi accorgersi che di fronte a questa crisi non c’è contratto a tempo indeterminato che tenga. Se la baracca chiude il loro contratto è carta straccia. Possono però se hanno la fortuna di lavorare in un’azienda con un numero di dipendenti maggiore di 15 di accedere alla cassa integrazione e ad altre amenità del nostro stupido e pessimo welfare state. Poi ci sono gli statali, ma quelli per ora non ci interessano.
Quindi abbiamo una classe di lavoratori che ha tante sottoclassi al suo interno. Non siamo tutti uguali in questo mondo e non solo tra ricchi e poveri ma anche tra lavoratori, almeno dal punto di vista contrattuale.
I sindacati (per me sono ormai inutili e hanno esaurito la loro funzione, almeno come sono strutturati adesso) per tutelare il top della classe lavoratrice, i lavoratori a tempo indeterminato (che costituiscono la loro riserva di caccia in termini di tesserati) hanno sacrificato tutto il resto della sottoclasse di “lavoratori”. Alla faccia della tutela del lavoro. Magari si sono opposti anche allo schifo della legge che ha introdotto la precarietà in tutte le sue varianti, ma come al solito non hanno cavato un ragno dal buco: hanno ceduto in cambio di qualche contentino o qualche bustarella. Si sono preoccupati di salvare la faccia. Del resto hanno fatto lo stesso negli anni 80 e poi 90 quando hanno gettato la spugna sulla scala mobile, suggestionati dall’inflazione galoppante di quegli anni che era dovuta a ragioni monetarie (svalutazione ripetute della lira, politica monetaria lassista e forte deficit statale). Comunque della scala mobile ne riparlerò in qualche altro post. Se l’euro vi ha impoveriti la colpa non è dell’euro, come ormai sento dire da molti, ma dell’assenza di un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari. Alias la scala mobile. Gli stipendi italiani in media sono inferiori del 25-30% rispetto alla media europea. Del resto se avete un contratto di affitto si rivaluta annualmente il canone, perchè il lavoro no??
Faccio qualche proposta:
a) Libertà di licenziamento. E’ l’epoca in cui crollano molti tabù, anche se altri rimangono o si rinforzano. E’ tempo di guardare in faccia la realtà. La realtà è un mercato globalizzato fatto da produzioni delocalizzate, da produzioni just-in-time, da una forte pressione competitiva. Se l’impresa non può regolare una componente essenziale - il lavoro appunto - dei suoi fattori produttivi in maniera dinamica, prima o poi l’impresa è destinata a fallire. Se fallisce un’impresa è tutto sommato normale. Ma così rischia di fallire l’impresa “italia”. Per questo motivo anzichè dare libertà di licenziamento hanno introdotto la precarietà sul lavoro, solo in nome della non libertà di licenziare. Un imprenditore dovrebbe essere libero di licenziare chiunque senza che debba (ovviamente per giusta causa o meglio senza discriminazioni ma legate alle necessità organizzative della sua produzione) incorrere in pesanti sanzioni, cause di reintegro, obblighi di riassunzione. Di fronte alla non libertà di licenziamento ovvio che l’imprenditore preferisce forme contrattuali flessibili (ma senza tutela per il lavoratore) piuttosto che ad un contratto “regolare” e indeterminato. Veniamo a noi: con il divorzio negli anni 70 si è sancita la dissolubilità del matrimonio, la cui indissolubilità traeva spunto addirittura da ragioni religiose. Insomma si divorzia dalla propria moglie o marito e paradossalmente non è possibile licenziare un dipendente. O farlo costa molto, ed è sempre un operazione dagli esiti imprevisti. Naturalmente una libertà di licenziamento sic et simpliciter non ha senso se non si introducono dei correttivi. E sopratutto un paracadute. Vedi il punto e.
b) Minimo salariale per legge. Ignoro se esiste, ma ho i miei dubbi, una legge che stabilisce il minino salario che una persona in questo paese deve percepire sotto la quale non si può scendere. E’ qualcosa come 5-6-7-8 euro l’ora. A prescindere dai contratti e dal tipo di rapporto lavorativo. Una legge del genere eviterebbe tutte quei sotterfugi legittimi attuati in forza di un quadro legislativo che in sostanza lo consente. Una legge del genere può essere la base su cui fondare un nuovo patto tra impresa e lavoratori. Si può individuare il minimo salariale in funzione delle mansioni, dell’esperienza e del settore. Eviterebbe anche che un extracomunitario guadagni di meno di un italiano o una donna meno di un uomo.
c) Abolizione dei contratti di categoria (la gran parte) e libera contrattazione del salario tra impresa e lavoratore tenendo presente il minimo salariale, di cui sopra. Del resto trattamenti diversi tra lavoratori dello stesso settore e livello di inquadramento sono di fatto norma, pur in presenza di contratti di lavoro collettivi. Ma la rigidità dei contratti spesso apre la strada ad altre forme di precariato. Del resto la contrattazione collettiva da forza al sindacato. Capite perchè esistono i sindacati???
d) Ripristino della scala mobile o se preferite, visto che è un tabù anche quello, adeguamento degli stipendi all’inflazione. Tutto sommato non è un gran problema dal momento che sistematicamente le statistiche sull’inflazione sono truccate. Un vecchio proverbio dice: “diffidare di due cose: delle statistiche e delle salsicce, perché non si sa di cosa siano fatte”. Per inciso, stasera ho mangiato delle salsicce buone di cui però sapevo di cosa erano fatte. Se abbiamo perso quasi 20 anni di adeguamenti salariali a causa dell’inflazione almeno non ne perdiamo altri in futuro. Non parlo da comunista, ma da imprenditore. La nostra società dei consumi richiede che i lavoratori abbiano un livello di reddito adeguato per poter spendere e mandare avanti i consumi. Tanto l’inflazione fa parte delle regole del gioco ormai e non bisogna combatterla ma imparare a conviverci. Un modo è adeguare gli stipendi agli scatti inflattivi, almeno quelli delle statistiche ufficiali che hanno sempre un gap con l’inflazione vera. In America è logico tutto questo. Ma gli americani hanno combattuto gli aumenti salariali con l’aumento della produttività. Siamo più stupidi e incapaci degli americani??? Penso di no.
e) Introduzione del sussidio di disoccupazione. Questo è il vero cardine di queste proposte. Ma un vero sussidio di disoccupazione sul modello di molti stati europei e americani, non come quello attuale, che è una barzelletta e un’offesa all’intelligenza umana. Gli americani settimanalmente pubblicano il numero di domande di disoccupazione percepite su base settimanale, adesso siamo a livelli di 600.000 richieste contro una media di 200-300.000 dei periodi di non crisi. La disoccupazione è del resto fisiologica in qualsiasi economia di mercato. Un sussidio di disoccupazione percepito quando si viene licenziati (vedi punto “a”) permette da una parte di far cadere sulla collettività la perdita del posto di lavoro e soprattutto permette alla persona di avere il minimo necessario per vivere e la forza morale ed economica per trovarsi un nuovo lavoro. Inoltre solleva l’imprenditore dalla responsabilità morale (non sono tutti cinici gli imprenditori) di licenziare e mettere il dipendente e la sua famiglia sulla strada. Le soluzioni su che tipo di sussidio e in che misura e come debba funzionare sono molteplici, e non si tratta nemmeno di fare esperimenti sociali in quanto è qualcosa che in altri stati europei (e non) funziona. Per una volta possiamo copiare e magari copiando creare un modello migliore rispetto agli altri sistemi usati da altri paesi. Non sono soggetti a brevetti e a copyright, e sono collaudati, vanno solo contestualizzati (questa è la vera sfida) al sistema peculiare italiano tenendo presente il grado di furbizia di noi italiani.
f) Abolizione della soglia dei 15 dipendenti. E’ la vera discrimine delle dimensioni aziendali italiani. la classifica ufficiale che vede piccole imprese, medie e grandi in funzione di numeri di dipendenti e fatturati dovrebbe essere accontonata. La vera discrimine la fa quel dipendente in più oltre i 15. Molte aziende preferiscono non crescere per di non superare i 15 dipendenti in quanto sono soggetti a tutta una serie di obblighi e restrizioni. E’ qualcosa che contribuisce al nanismo delle nostre aziende (specie le piccole da sempre viste come la spina dorsale dell’economia del paese) e che mina la competitività delle stesse. Comunque questa discrimine verrebbe a mancare una volta implementate i punti precedenti.
Per ora basta proposte. I punti “a” ed “e” se implementati di concerto possono da una parte eliminare tutta la selva di contratti di lavori atipici, interinali e a progetto e dall’altra ridare flessibilità e competitività al sistema lavoro. Proporrei anche l’abolizione della distinzione tra contratto a tempo determinato e non: una volta appurato che di indeterminato non è nemmeno la vita stessa, perché si muore, che senso ha, parlare di contratti indeterminati quando un’azienda può chiudere dal giorno all’altro??
Ci sarebbe solo un contratto di lavoro, disciplinato in quanto a preavvisi di licenziamento, modalità e ragioni, e prestazioni economiche e previdenziali senza data di scadenza. Lavori e basta, vieni assunto finchè dura.
Tutto questo può portare ad uno scenario ideale descritto da questo esempio. Io azienda assumo una persona perché ho necessità, e lo faccio con un contratto regolare (pagando assistenza sanitaria, contributi, stipendio e tasse). Il lavoratore può farsi il mutuo, avrà i contributi versati (quindi l’INPS ne beneficia), tasse (Il ministero delle finanze ringrazia) e avrà dignità sapendo che lui è uguale ad altri lavoratori (senza la divisione di sottoclassi di cui sopra). Non si sentirà uno sfruttato e precario a vita. Quando l’azienda o per antipatia (bisogna anche capire a volte che un lavoratore può essere meno simpatico e integrato in un determinato contesto lavorativo e quindi creare tensioni o essere uno scansafatiche e quindi va messo alla porta) o piuttosto per ragioni legate alla produzione o ad esigenze aziendali licenzia la persona, questa va all’INPS o altro ente, e prende il suo sussidio di disoccupazione. A quel punto potrà trovare un altro lavoro in un’altra azienda o con un altro impiego perché un imprenditore non avrà nessun problema ad assumerlo sapendo che può licenziarlo in maniera relativamente semplice (chiaramente vanno intorodotti dei correttivi per evitare abusi) e una volta licenziato sarà lo stato a prendersene carico. Risultato: si ha un mercato del lavoro veramente efficiente (niente sindacati e con un costo del lavoro formato dal mercato del lavoro stesso) e davvero flessibile capace di far competere le nostre aziende su scala mondiale. Ciò potrebbe anche attrarre i fantomatici investimenti esteri che da sempre sono cronicamente latitanti in Italia. In più si cesserebbero tutte quelle moderne forme di sfruttamento e precarizzazione del lavoratore che ledono ogni dignità umana. Un contesto sifatto inoltre motiverebbe maggiormente i dipendenti perché non avrebbero nessun ansia sul proprio futuro, sapendo che possono contare su qualcuno (lo stato) qualora vengano licenziati. Si avrebbe una flessibilità completa sia in entrata che in uscita. Adesso è solo in entrata. Entri precario e rimani precario, forse a vita. Se sei fortunato hai fatto “13″ nel vederti assunto a tempo inderterminato.
E’ così semplice e così logico (la mia proposta non è esatta ma migliorabile ed emendabile) ma di sicuro migliore di quella attuale. Sarebbe possibile se vivessimo in paese in cui la logica, il buon senso, in primis dei nostri politici e secondariamente dei cittadini avrebbero la meglio sull’irrazionalità. Dobbiamo semplicemente avere la volontà di mettere da parte inutili e superati limiti mentali e sociali e abbracciare quello che è un cambiamento che è inevitabile. L’alternativa sarà l’inasprimento del conflitto sociale e soprattutto una generazione (quella attuale) di lavoratori che può paragonarsi ai lavoratori sfruttati della prima società industriale, solo che in chiave moderna. Con tanto di Ipod, telefonini, bei vestiti e aperitivi.
Ci vuole coraggio nel fare le scelte giuste, prima che sia davvero troppo tardi.
givikypeji…
mild ligamentum flavum …