Dic 17 2008
Il taglio dei tassi della FED: film già visto
Sembra di ritornare indietro nel tempo. Al 2001. All’epoca come noto l’economia aveva smaltito la sbornia della new economy, e cercava di riprendersi dopo l’11 settembre. La FED che fa??
Inizia a sforbiciare i tassi. Del resto può solo stampare denaro e decidere quanto farlo pagare. E così dal 2001 con i Fed Funds al 6% arriva man mano a tagliarli per arrivare a fine 2001 al 1.75%. Continuerà a tagliare fino al 2004 atterrando ad 1%. Lì ha inizio l’illusione subprime, e inizia la gold rush del mattone. Le case salgono perché la gente povera e ricca, chi ha un reddito e chi no, inizia a comprare case. Un mutuo come un piatto di pasta non si nega a nessuno. Si passa da una bolla all’altra, da quella new economy molto hi-tech a quella molto old della solidità del mattone. Mattone che come abbiamo visto non è tanto solido. Solo che mentre le case salivano e i mutui aumentavano, il tasso federale aumentava raggiungendo il 5.25% nel 2007.
E oggi? Che fa la Fed? Taglia ancora. Ha iniziato nel 2007 con una serie di tagli fino ad arrivare a ieri, tagliando in un giorno solo ben lo 0.75%, e attestando i tassi allo 0.25%. Un livello che non si vedeva dai tempi della II Guerra mondiale. In fondo questa di oggi è una situazione di emergenza come può essere paragonabile ad una guerra mondiale.
Questo il grafico, preso dal Wall Street Journal (cui ringrazio). Purtroppo è un po’ piccolo, ma insomma si capisce.

Ora va detto che una tale misura permetterà a chi ha un mutuo di avere rate più leggere (presumo dell’ordine del 3-4% in America rispetto ai tassi del 8-12% di inizio 2007), quindi per quanto criticabile questa misura, perché probabilmente darà adito a nuove bolle creditizie in futuro, è ormai una delle ultime cartucce che aveva la Federal Reserve Usa da sparare. Speriamo bene.
Questo non significa credito facilee e a basso costo, perché le banche almeno a breve saranno molto restie a concedere nuovi prestiti.
Sta di fatto che il malato cronico che è il “mercato finanziario” viene curato ancora una volta con lo stesso farmaco che è causa del suo stesso male.
L’era della mini crisi
In realtà va detto che nel giro di 8 anni abbiamo assistito a 3 shock economici importanti, lo scoppio della bolla della New Economy, l’11 settembre e questo dei mutui subprime. Tranne la seconda che è di origine esogena, le altre sono il frutto di una politica monetaria deprecabile quanto vogliamo, ma inevitabile. La soluzione sarebbe far morire il malato una volta per tutte. E ricominciare in un nuovo corpo. Ma questo sarebbe la catastrofe. Il “big crunch” sarebbe stato inevitabile già nel 2001. Ma è stato evitato intervenendo sui tassi e dando ossigeno ai mercati. Lo si è evitato ancora oggi. In futuro quindi dobbiamo abituarci a future crisi finanziarie – magari non così gravi – e da minicicli di crescita e decrescita, almeno finchè non si smaltirà la più generale bolla finanziaria che dura ormai da ben 30 anni a questa parte, o anche più, forse partita o quantomeno accelerata con la fine di Bretton Woods.
Quindi il prezzo da pagare per aver evitato una grande catastrofe è quello di avere tante mini-catastrofi, come quella odierna e come quella che nel prossimo decennio si ripresenterà, magari alimentato da qualche nuova bolla speculativa e creditizia. E’ strano come mentre le crisi in passato avessero dei tempi di incubazione molto più lunghi oggi si condensino nell’arco di pochi anni. Sicuramente è dovuto all’accelerazione della velocità con cui circola il capitale oggi, grazie anche alla tecnologia, e al proliferare di strumenti finanziari, opportunità di investimento, nuovi mercati e trend settoriali che contribuiscono ad alimentare questi cicli di boom con successivo sboom.
L’inflazione di questi anni e la politica monetaria
Ora come possiamo vedere il tasso di inflazione è cresciuto a partire del 2002, e questo presumo – secondo uno dei principi cardini delle politiche monetarie di una banca centrale – ha spinto al rialzo dei tassi nel periodo che va dal 2004 ad oggi. Solo che non era un’inflazione generata da fattori endogeni, interni al sistema come aumento dei salari (da sempre secondo una certa scuola di pensiero economica concausa di una pressione inflattiva) o squilibri tra domanda ed offerta di vari beni, che può portare ad aumenti di prezzi, oppure scarsa produttività: l’errore secondo me che ha fatto la Fed (e anche la BCE) è quella di non aver considerato l’inflazione degli scorsi anni dovuta alla speculazione dei prezzi delle materie prime e delle commodities energetiche, che ormai si sono ridotti. Insomma nel calcolo dell’inflazione non ha tenuto conto della componente speculativa che prima o poi è destinata a scomparire per effetto del mercato stesso.
Magari tanto valeva mantenere una politica lassista sui tassi di interesse dal 2002 ad oggi ed evitare che i sottoscrittori dei mutui subprime (partiti con una rata bassa salita man mano in seguito all’aumento dei Fed Funds) si ritrovassero in braghe di tele. Magari la corsa al mattone sarebbe durata, e tutti avremmo vissuti felici e contenti. Comunque è facile fare le analisi con il senno di poi, lo ammetto.
Poi la politica monetaria non è mai preventiva. Si leggono dei dati macroeconomici: tasso di inflazione, disoccupati, tassi di crescita dell’economia e poi si decide il da farsi. Ma insomma arriva sempre tardi. Ecco perché come dissi in qualche post in passato dovrebbe essere il mercato a decidere i tassi e non un gruppo di banchieri, che con tutto il rispetto, essendo umani sono soggetti ad errori…. di valutazione e di “azione”. E poi c’è sempre il primo principio della dinamica: l’inerzia.
Tasso di disoccupazione: un buon indicatore di acquisto
Veniamo all’ultimo grafico (sempre courtesy of WSJ). Il tasso di disoccupazione. Anni fa leggevo un libro che si chiamava le “Le cinque chiavi della finanza”. Una di queste chiavi è il tasso di disoccupazione. Diceva una cosa facile facile: quando la disoccupazione aumenta è il momento di investire in borsa. Lo so che è cinismo. Un alto tasso di disoccupazione – lo sappiamo bene noi italiani e noi del sud – significa gente senza lavoro. Significa tristezza per molte persone. Il lavoro oltre che a dar da mangiare è un ottimo sedativo sociale e un ottimo psicofarmaco naturale.
Ma le aziende quotate, le cui quotazioni riflettono le aspettative di crescita dei profitti, hanno benefici quando licenziano. Diventano più snelle, hanno meno costi ed evitano la tragedia ben maggiore: il fallimento totale dovuti ai troppi costi se dovessero mantenere gli organici a pieno regime. Meglio qualcuno a spasso che tutta la ditta a spasso, capo compreso.

Ora se prendete il grafico della disoccupazione e lo confrontate con il un grafico della borsa di quest’ultimi anni vedrete che seppur non sono strettamente correlati (c’è una certa inerzia nel mercato) c’è una certa anticipazione del trend borsistico. Nel 2003 nel grafico della disoccupazione vediamo che questa è ai massimi. Se date un occhiata al grafico dello S&P500 vedrete che nel 2003 ha inizio la salita. Man mano che dal 2003 al 2007 la disoccupazione è scesa, la Borsa è salita. Oggi siamo ai massimi con un tasso che va verso il 7% (in USA). La Borsa è ai minimi. Un altro motivo per cui è forse il momento di comprare. Oggi le aziende annunciano tagli al personale quasi tutto i giorni. Significa che stanno tagliando i costi. Meno costi, pur con uno scenario in recessione, significa fare più utili (o evitare perdite) e più utili fanno tenere su le quotazioni. Semplice. No?