Giù di lì: la mia Weltanschauung

Analisi e riflessioni evidenti e non, su politica, economia, tecnologia, business e quanto altro mi passa per la testa

Feb 08 2010

Programma per una Mattinata Futura

Published by admin under Mattinata

Come promesso eccovi il documento di presentazione del programma del movimento Mattinata Futura. E’ un pò lunghetto, una ventina di pagine, ma l’ho scirtto in modo da non renderlo noioso, magari divertente ma sappiate che è una cosa seria. E’ soprattutto possibile.  Accetto consigli e come indicato nel testo vostre rielaboraziooni. La mia email è michele@giudilli.name o mi trovate su Facebook. Mi dispiace per la nota legale finale che magari a qualcuno di voi può far storcere il naso, ma è solo per precauzione!

Buona lettura!

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Feb 03 2010

Mattinata Futura - 1

Published by admin under Mattinata

Scrivo sul mio blog perchè su facebook non mi permette di scrivere post lunghi. Appena sarà pronto il sito di Mattinata Futura ci sarà un apposito blog, e sarà tutto piò omogeneo.

Sto scrivendo il programma, ci sto mettendo più tempo del previsto e il rischio è che venga un papiretto. Alla fine cercherò di sintetizzarlo. Mi aspetto che qualcuno che è già schierato si faccia avanti, a destra e sinistra. Io non ho la capacità politica di fare il gioco delle parti e di seminare zizzania. Questo progetto è nato per rompere le righe, per vedere se tra tanti quelli che dicono che ci tengono a Mattinata, abbiano il coraggio e le palle per mandare all’aria quello che non li sta bene e sedersi intorno ad un tavolo. Non sono un despota, e non ho manco velleità a fare il sindaco in senza stretto. Anzi per me sarebbe un sacrificio perchè il mio lavoro è un’altro. Non voglio esser eil salvatore della patria ma solo qualcuno che ha deciso di rompere le righe e creare un vero paradosso. Solo così si cambiano le cose. Io sono il soggetto esterno che rompe lo status quo. Se un meteorite non avesse fatto fuori i dinosauri 70 milioni di anni fa, forse non esisterebbe l’uomo.

Il paragone è azzeccato perchè da una parte ci sono i dinosauri della politica, non per ragioni anagrafiche mentali, ma per il loro modo di fare politica. Io non dico che loro sono il male e io il bene. Però loro hanno imparato a fare politica soltanto sulla forza delle loro relazioni dirette, sul voto di scambio (magari non proprio sporco e diretto ma per dire), sui favori, sul clan (mo cummanem nui…. che cazzo comandi?? Fra poco comanderai un paese di 50enni e anziani e ragazzi in età scolastica e nel giro di paio di generazioni, sarà un paese fantasma). La loro è una politica 1.0, vecchia, senza idee, senza il coraggio di osare. Una politica rassegnata tesa a fare il minimo indispensabile. Ma solo perché hanno imparato così a fare politica. Perché non possono “ammettere” l’esistenza di un altro approccio, altrimenti tutte le loro convinzioni crollerebbero.
Dall’altra parte c’è un nuovo modo che non è ancora codificato, ma che può basarsi su un forte slancio di idee, di soluzioni e di nuove persone che fanno politica 2.0. Di partecipazione, di trasparenza, senza favoritismi e senza lotte paesane. Che trattano i cittadini non come “elettori” ma come persone che hanno bisogni e diritti di vivere in una comunità degna di questa parola. La nostra è una “s-comunità”. Quello che vi offro è di fumare il calumè della pace. Ai reggenti della politica di Mattinata chiedo di farsi da parte, di dire: “nui hamm cummanet fin e mò, mo vediamo voi cazzo siete capaci di fare??” Provate a fare un investimento su persone e sui giovani, magari sui vostri figli e nipoti. Difficile vero? Difficile rinunciare ad un passatempo che è l’arte della politica e la gestione del potere? Potere su chi e che cosa?? Ripeto tra poco dovrete comandare su voi stessi, perchè qui non rimarrete che voi. Se poi è questo che volete, magari un paese fantasma, con quattro gatti, senza giovani (parlo degli over 18, quelli che magari vanno all’università per non farci più ritorno) ditelo, e abbiate l’onestà intellettuale di dire: si visto che abbiamo fallito fin’ora vogliamo la distruzione completa o la finiamo di terminarla. Almeno avrete portato a termine la missione che inconsapevolmente vi siete dati.

Mattinata non ha Padre Pio come a San Giovanni, non ha San Michele come a Monte, non ha vinto il superenalotto come a Peschici, non è Manfredonia che è una città più grande e ha avuto il contratto d’area. Qua abbiamo solo un bel paese, ma i miracoli e il colpo di fortuna dobbiamo essere noi a farlo.

E non mi venite a dire che sto esagerando, qua è solo questione di calcolo di tempo, cioè fra quanti anni questo accadrà, ma che accadrà se questo è l’andazzo è inevitabile. La stessa miopia che hanno molti italiani che non si rendono conto in che modo stiamo precipitando avendo Berlusconi al governo. Vero compagni di sinistra?? Come mai in Italia il cancro è Berlusconi, e qui non capite chi è il cancro?? Ebbene se vogliamo cambiare l’Italia, partiamo dal basso, diamo una lezione all’Italia e magari dare l’esempio ad altri, partiamo da Mattinata, firmiamo un patto generazionale. E se il nostro esempio non sarà seguito da altri potremo andare orgogliosamente dicendo che Mattinata è davvero un’altro mondo perchè ad un certo punto della sua storia, ha deciso di cambiare pagina. E noi tutti, vecchi e giovani, saremo coloro che hanno creato quel mondo…futuro. Ma per costruire quel futuro dobbiamo partire da oggi.

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Apr 06 2009

Terremoto prevedibile

Published by admin under Ambiente, Scienza, Tecnologie

La notizia del terremoto in Abruzzo mi ha “scosso” molto. Penso alle vittime, alla paure. Vivo in un territorio sismico. Prima o poi anche qui forse ci sarà una grande scossa. La natura si fa beffa di noi.
Noi ci facciamo beffa di chi per una volta voleva fregare la natura, rompere l’imprevedibilità di certe cose, moderni Prometeo che tentano di rubare l’ennesimo fuoco agli Dei. Prevedere i terremoti. E’ il sogno esorcizzatore degli incubi di tutti. 
Ho rabbia dentro. Ieri ero a casa di una mia amica e al TG apprendo del terremoto verso le 23.30 in Abruzzo ovvero delle ripetute scosse che ci sono state da qualche mese a questa parte.
Poi mi son ricordato che lessi un titolo su Corriere.it di un ricercatore che prevedeva una grande scossa in Abruzzo, una rapida ricerca su Google e i due fatti coincidono. Dissi alla mia amica, mi sembra un buona idea di osservare l’aumento del radon collegato all’attività sismica, e forse l’inaffidabiulità della previsione (la grande scossa doveva avvenire qualche settimana fa) era dovuto al fatto che insomma il dispositivo, che oggi scopro si chiama suggestivamente “precursore sismico” fosse ancora inaffidabile ma insomma è un campo d’indagine scientifica  – quella di tentare di prevedere i terremoti  – così vitale che vale la pena di valutare qualsiasi ipotesi. Vado a letto e mi dimentico del terremoto e del ricercatore che al secolo si chiama Giacchino (o Giampaolo come alcuni giornali scrivono), alcuni giornali  Giuliani. Uno che si è baccato una denuncia qualche giorno fa per procurato allarme e che qualcuno tale Bertolaso, uomo di cui ho apprezzato in passato il suo operato, ha definito “imbecille”. In Italia c’è un tale abuso di questa parola. Quello che ho capito che spesso è imbecille non chi viene tacciato di essere imbecille ma chi lo dice.
Stamattina mi sveglio e apprendo al bar di questo terremoto. Resto basito. Dico: ieri sera parlavo di questa scossa e del ricercatore ed oggi è accaduto. Mi sento quasi in colpa. Ma la colpa è di qualcun altro. Quella Cassandra aveva fottutamente ragione. Perchè non è stato ascoltato??
Dei morti in Abruzzo posso solo prendere atto tristemente e in maniera sconfortante. Ne accadono tanti di terremoti nel mondo magari in posti lontani dove i morti sembrano avere minore importanza. Non servono parole per descrivere il mio sgomento per questa tragedia. Piuttosto il dolore cede il passo alla rabbia, se si pensa che questa era una tragedia evitabile.
Vado su Google e scopro quest’articolo.
Dovrebbe essere del 2005. Ora prima di andare su Google pensavo che questo Giuliani fosse un inventore solitario, pochi mezzi e una grande intuizione. E invece no, lavorando all’Istituto di Fisica Nucleare aveva più di qualche mezzo, e soprattutto con la sua macchina scova terremoto era ad uno stadio piuttosto avanzato. Ne avevano prodotti già 5. Sono dei rilevatori posti a 3 metri sotto terra che rivelano l’aumento di radon proveniente dalla terra proprio in previsione di un terremoto.  Pesano 6 quintali sono fatti di piombo e costano circa 60.000 euro. Quando costa una vita??
Poi leggendo quell’articolo scopro cose aberranti con il senno di poi, che insomma dietro all’intuizione di Giuliani c’erano altri studiosi, qualche università americana, si è scomodata perfino l’Ambascita Usa nel fare in modo che i ricercatori italiani e quelli statunitense potessero collaborare. C’è anche un’azienda che non conoscevo, la Caen di Viareggio, un’azienda che magari fa pochi comunicati stampa ma che è all’avanguardia nella produzione di strumenti per la ricerca scientifica. Vero Made in Italy che non fa notizia, ma che vale più dell’ultima linea di moda di Lapo Elkann. La Caen forte del risultato di previsione che ha avuto il precursore sismico di Giuliani (ha previsto 5 grandi terremoti in quell’area) vi ha investito e ha supportato la costruzione di questi strumenti.

Risultato? Una triste storia, sia per le vittime e la tragedia e sia perché per una volta che facciamo qualcosa di eccellente, il soggetto viene denigrato e addirittura denunciato.
Chi sono gli imbecilli?? Chi magari investe anni di studio, di solitaria ricerca o intimamente condivisa con il proprio gruppo di ricerca, che si pone domande o chi saccentemente crede di sapere?
Questo è un paese che ha dato i natali a Leonardo Da Vinci, Galileo Galilei, Alessandro Volta, Enrico Fermi, Rita Levi Montalcini e tantissimi altri grandi scienziati e intellettuali scientifici.
Ma è un paese che al “pensare” preferisce “credere” supporre e ignorare magari risultati di 4 anni fa, costati un decennio di ricerca. 
Io preferisco Pensare che Credere. Onore a Giuliani e mi auguro che la sua intuizione abbia l’attenzione che si meriti: la prova è sotto le macerie e nei corpi finora recuperati.
Per finire ecco un altro link con la storia di questa scoperta, dello scorso ottobre.

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Mar 04 2009

Qualche proposta indecente per il lavoro..

Published by admin under Economia, Politica

Fuori piove. E’ la serata perfetta per il pessimismo. E’ la serata perfetta per scrivere un post. Era da molto che non lo facevo. L’entusiamo iniziale e la frequenza dei miei post hanno ceduto il posto ad una disaffezione per il blog. Le cose su cui scrivere e da dire sarebbero molte. Dovrei però fare il giornalista o il blogger a tempo pieno e dato la lunghezza dei miei post e gli argomenti avrei anche pochi lettori.
Ho ciccato su questo link in pratica Repubblica.it raccoglie le storie dei licenziati a causa della crisi, ma spesso anche prima.
900 storie. Se fossero solo quelle tutto sommato non ci sarebbe di che preoccuparsi. 900 persone senza lavoro. Nulla di che. Ma il problema sono le storie non raccontate. Fossero solo quelle raccontate non sarebbe un problema. Forse molti non hanno nemmeno il coraggio e la voglia di scrivere due righe sulle loro storie lavorative finite male.
Io sono un imprenditore, quindi tutto sommato dovrebbe fregarmene delle loro storie. Ma purtroppo non so se per educazione o per formazione sociale e culturale non riesco proprio a fregarmene del prossimo. E’ così mi lascio contagiare da queste storie. Ne ho letto le prime 50 in fretta, perché dopo un po’ mi veniva da vomitare.

Vediamo di dire qualcosa di concreto.
Si è tanto parlato di sussidio di disoccupazione, in questi giorni. La crisi, secondo la logica, dovrebbe essere l’occasione giusta per riformare tutto il sistema di ammortizzatori sociali che di fatto è una giungla che da una parte crea facili abusi e dall’altra non permette di ammortizzare alcun che. Il risultato è in quelle 900 storie.

Il paradosso del moderno sussidio di disoccupazione è questo (forse dirò delle inesattezze, in quanto ignoro deliberatamente come funzioni esattamente): lavori alcuni mesi, ti metti i famosi contributi ne bastano si e nò 50 o 100 giorni all’anno e l’anno dopo ti arriva un bell’assegno di disoccupazione, 1500-2000-3000 a seconda se hai figli a carico e altre situazioni che fanno accrescere l’importo dell’assegno. La cosa specie qui al sud va forte specie nel settore agricolo, dove lo stato ha dato per scontato che nella vita di un individuo ci fossero mesi e mesi di inattività per il quale è giustificato il sussidio. Nulla da dire per carità, ma tra quanti magari ne hanno legittimo bisogno ci sono molti per i quali è solo un furbo meccanismo per “fregare” lo stato. E magari lavorare in nero, rifiutando magari un posto di lavoro regolare tutto l’anno perchè poi “non posso prendere la disoccupazione”. In molti è più un modo per sentirsi furbi, che un reale beneficio economico. O forse l’uno e l’altro.
Non me la prendo tanto con loro, tutto sommato sfruttano una stupida legge di questa stupida nazione.
Il problema non sono coloro i quali abusano di questo ma lo Stato che permette tale abuso. Lo stesso comunque mi sembra che è valido per altri settori, dove lavori alcuni mesi in “bianco”, nel senso regolare, e poi altri mesi ti fai dei bei mesi di lavori in nero, nell’attesa che arrivi l’assegno.

Dall’altra parte c’è un altro paradosso: vieni licenziato e se hai un regolare contratto hai diritto al sussidio di disoccupazione e dopo 6 mesi (se sei fortunato) hai l’assegno dell’INPS. Nel frattempo se non hai qualcuno alle spalle, dovresti essere morto di fame e finito in miseria. Forse lo stato italiano nell’istituire certe norme ha tenuto in conto della “rete sociale” italiana fatta di sussidarietà domestica e della cerchia di amici e conoscenti. Su questo si è basato il sussidio di disoccupazione per tutto questo tempo?? Oggi vanno anche a mancare le reti sociali, e la società non è più quella di una volta fatta di famiglie, amicizie e parentele del piccolo mondo antico.
Io spero di no, che sia solo il risultato dell’illogico parto mentale di qualche legislatore o burocrate o forse era figlio di tempi passati, quando il quadro economico e sociale era diverso e tale scelta era la migliore delle scelte possibili. Ho comunque dei dubbi. A volte non è nemmeno malafede, ma solo imbecillità. Al primo c’è soluzione, per la seconda è un non problema: non esiste soluzione. Dio ci salvi dalla stupidità. Ma dubito che esista, quindi siamo proprio nella merda.

Le leggi sul lavoro precario che hanno generato una fitta selva selvaggia e oscura di contrari a tempo determinato, co.co.co., co.co.pro, lavori atipici e lavoro interinale hanno fatto un bel casino.
La cosiddetta legge Biagi ha creato molto danno in questo paese. Il bello che la colpa non è nemmeno del povero Marco Biagi: la sua riforma era diversa e il bello che questa legge e tutte quelle che ne sono derivate porta ancora il suo nome. Se fossi della famiglia Biagi vieterei di associare il suo nome a qualsiasi legge, in nome della sua memoria.
In pratica politici si sono nascosti dietro il suo nome per partorire una riforma del mercato del lavoro, dove se da una parte si è introdotta flessibilità dall’altra si è creato un moderno schiavismo, che ormai è diventato insostenibile. Introdurre flessibilità era pressoché inevitabile, in quanto il mondo da qualche decennio non era più il mondo del dopoguerra “prevedibile” e “lineare” fino a quello degli anni 80. Oggi è un sistema complesso non lineare. Solo che nel creare flessibilità lo si è fatto nel modo più sbagliato. Si è introdotta flessibilità in entrata (ovvero introduzione nel mondo del lavoro) mentre non si è creato una vera flessibilità in uscita. Tutto in nome di un tabù: la libertà di licenziare. Pur di evitare di introdurla si sono create le moderne caste lavorative. Tipo India, dove la sono per nascita. Ma la mobilità di classe si sta riducendo. Forse in India aumenta. Qua decresce. Nasci povero e hai basse possibilità di diventare ricco. Non esiste nessun sogno italiano. Ma solo tanti incubi.
Ci sono i precari, gli sfortunati, sono i lavoratori a progetto, gli atipici, i co.co.co. Poi un gradino più sopra ci sono i lavoratori a tempo determinato. Insomma chi ha una busta paga “normale” della durata limitata, ma che almeno può avere la dignità di dirsi “dipendente” regolarmente assunto. Quasi un motivo d’orgoglio. Forse in questa guerra tra poveri il dipendente determinato guarda il precario con un atteggiamento di superiorità. I don’t know, ma è possibile. Poi ci sono i privilegiati: i lavoratori a tempo indeterminato. Essi stessi penso si credevano dei veri fortunati, per poi accorgersi che di fronte a questa crisi non c’è contratto a tempo indeterminato che tenga. Se la baracca chiude il loro contratto è carta straccia. Possono però se hanno la fortuna di lavorare in un’azienda con un numero di dipendenti maggiore di 15 di accedere alla cassa integrazione e ad altre amenità del nostro stupido e pessimo welfare state. Poi ci sono gli statali, ma quelli per ora non ci interessano.

Quindi abbiamo una classe di lavoratori che ha tante sottoclassi al suo interno. Non siamo tutti uguali in questo mondo e non solo tra ricchi e poveri ma anche tra lavoratori, almeno dal punto di vista contrattuale.
I sindacati (per me sono ormai inutili e hanno esaurito la loro funzione, almeno come sono strutturati adesso) per tutelare il top della classe lavoratrice, i lavoratori a tempo indeterminato (che costituiscono la loro riserva di caccia in termini di tesserati) hanno sacrificato tutto il resto della sottoclasse di “lavoratori”. Alla faccia della tutela del lavoro. Magari si sono opposti anche allo schifo della legge che ha introdotto la precarietà in tutte le sue varianti, ma come al solito non hanno cavato un ragno dal buco: hanno ceduto in cambio di qualche contentino o qualche bustarella. Si sono preoccupati di salvare la faccia. Del resto hanno fatto lo stesso negli anni 80 e poi 90 quando hanno gettato la spugna sulla scala mobile, suggestionati dall’inflazione galoppante di quegli anni che era dovuta a ragioni monetarie (svalutazione ripetute della lira, politica monetaria lassista e forte deficit statale). Comunque della scala mobile ne riparlerò in qualche altro post. Se l’euro vi ha impoveriti la colpa non è dell’euro, come ormai sento dire da molti, ma dell’assenza di un meccanismo di rivalutazione automatica dei salari. Alias la scala mobile. Gli stipendi italiani in media sono inferiori del 25-30% rispetto alla media europea. Del resto se avete un contratto di affitto si rivaluta annualmente il canone, perchè il lavoro no??

Faccio qualche proposta:
a) Libertà di licenziamento. E’ l’epoca in cui crollano molti tabù, anche se altri rimangono o si rinforzano. E’ tempo di guardare in faccia la realtà. La realtà è un mercato globalizzato fatto da produzioni delocalizzate, da produzioni just-in-time, da una forte pressione competitiva. Se l’impresa non può regolare una componente essenziale - il lavoro appunto - dei suoi fattori produttivi in maniera dinamica, prima o poi l’impresa è destinata a fallire. Se fallisce un’impresa è tutto sommato normale. Ma così rischia di fallire l’impresa “italia”. Per questo motivo anzichè dare libertà di licenziamento hanno introdotto la precarietà sul lavoro, solo in nome della non libertà di licenziare. Un imprenditore dovrebbe essere libero di licenziare chiunque senza che debba (ovviamente per giusta causa o meglio senza discriminazioni ma legate alle necessità organizzative della sua produzione) incorrere in pesanti sanzioni, cause di reintegro, obblighi di riassunzione. Di fronte alla non libertà di licenziamento ovvio che l’imprenditore preferisce forme contrattuali flessibili (ma senza tutela per il lavoratore) piuttosto che ad un contratto “regolare” e indeterminato. Veniamo a noi: con il divorzio negli anni 70 si è sancita la dissolubilità del matrimonio, la cui indissolubilità traeva spunto addirittura da ragioni religiose. Insomma si divorzia dalla propria moglie o marito e paradossalmente non è possibile licenziare un dipendente. O farlo costa molto, ed è sempre un operazione dagli esiti imprevisti. Naturalmente una libertà di licenziamento sic et simpliciter non ha senso se non si introducono dei correttivi. E sopratutto un paracadute. Vedi il punto e.
b) Minimo salariale per legge. Ignoro se esiste, ma ho i miei dubbi, una legge che stabilisce il minino salario che una persona in questo paese deve percepire sotto la quale non si può scendere. E’ qualcosa come 5-6-7-8 euro l’ora. A prescindere dai contratti e dal tipo di rapporto lavorativo. Una legge del genere eviterebbe tutte quei sotterfugi legittimi attuati in forza di un quadro legislativo che in sostanza lo consente. Una legge del genere può essere la base su cui fondare un nuovo patto tra impresa e lavoratori. Si può individuare il minimo salariale in funzione delle mansioni, dell’esperienza e del settore. Eviterebbe anche che un extracomunitario guadagni di meno di un italiano o una donna meno di un uomo.
c) Abolizione dei contratti di categoria (la gran parte) e libera contrattazione del salario tra impresa e lavoratore tenendo presente il minimo salariale, di cui sopra. Del resto trattamenti diversi tra lavoratori dello stesso settore e livello di inquadramento sono di fatto norma, pur in presenza di contratti di lavoro collettivi. Ma la rigidità dei contratti spesso apre la strada ad altre forme di precariato. Del resto la contrattazione collettiva da forza al sindacato. Capite perchè esistono i sindacati???
d) Ripristino della scala mobile o se preferite, visto che è un tabù anche quello, adeguamento degli stipendi all’inflazione. Tutto sommato non è un gran problema dal momento che sistematicamente le statistiche sull’inflazione sono truccate. Un vecchio proverbio dice: “diffidare di due cose: delle statistiche e delle salsicce, perché non si sa di cosa siano fatte”. Per inciso, stasera ho mangiato delle salsicce buone di cui però sapevo di cosa erano fatte. Se abbiamo perso quasi 20 anni di adeguamenti salariali a causa dell’inflazione almeno non ne perdiamo altri in futuro. Non parlo da comunista, ma da imprenditore. La nostra società dei consumi richiede che i lavoratori abbiano un livello di reddito adeguato per poter spendere e mandare avanti i consumi. Tanto l’inflazione fa parte delle regole del gioco ormai e non bisogna combatterla ma imparare a conviverci. Un modo è adeguare gli stipendi agli scatti inflattivi, almeno quelli delle statistiche ufficiali che hanno sempre un gap con l’inflazione vera. In America è logico tutto questo. Ma gli americani hanno combattuto gli aumenti salariali con l’aumento della produttività. Siamo più stupidi e incapaci degli americani??? Penso di no.
e) Introduzione del sussidio di disoccupazione. Questo è il vero cardine di queste proposte. Ma un vero sussidio di disoccupazione sul modello di molti stati europei e americani, non come quello attuale, che è una barzelletta e un’offesa all’intelligenza umana. Gli americani settimanalmente pubblicano il numero di domande di disoccupazione percepite su base settimanale, adesso siamo a livelli di 600.000 richieste contro una media di 200-300.000 dei periodi di non crisi. La disoccupazione è del resto fisiologica in qualsiasi economia di mercato. Un sussidio di disoccupazione percepito quando si viene licenziati (vedi punto “a”) permette da una parte di far cadere sulla collettività la perdita del posto di lavoro e soprattutto permette alla persona di avere il minimo necessario per vivere e la forza morale ed economica per trovarsi un nuovo lavoro. Inoltre solleva l’imprenditore dalla responsabilità morale (non sono tutti cinici gli imprenditori) di licenziare e mettere il dipendente e la sua famiglia sulla strada. Le soluzioni su che tipo di sussidio e in che misura e come debba funzionare sono molteplici, e non si tratta nemmeno di fare esperimenti sociali in quanto è qualcosa che in altri stati europei (e non) funziona. Per una volta possiamo copiare e magari copiando creare un modello migliore rispetto agli altri sistemi usati da altri paesi. Non sono soggetti a brevetti e a copyright, e sono collaudati, vanno solo contestualizzati (questa è la vera sfida) al sistema peculiare italiano tenendo presente il grado di furbizia di noi italiani.
f) Abolizione della soglia dei 15 dipendenti. E’ la vera discrimine delle dimensioni aziendali italiani. la classifica ufficiale che vede piccole imprese, medie e grandi in funzione di numeri di dipendenti e fatturati dovrebbe essere accontonata. La vera discrimine la fa quel dipendente in più oltre i 15. Molte aziende preferiscono non crescere per di non superare i 15 dipendenti in quanto sono soggetti a tutta una serie di obblighi e restrizioni. E’ qualcosa che contribuisce al nanismo delle nostre aziende (specie le piccole da sempre viste come la spina dorsale dell’economia del paese) e che mina la competitività delle stesse.  Comunque questa discrimine verrebbe a mancare una volta implementate i punti precedenti.

Per ora basta proposte. I punti “a” ed “e” se implementati di concerto possono da una parte eliminare tutta la selva di contratti di lavori atipici, interinali e a progetto e dall’altra ridare flessibilità e competitività al sistema lavoro. Proporrei anche l’abolizione della distinzione tra contratto a tempo determinato e non: una volta appurato che di indeterminato non è nemmeno la vita stessa, perché si muore, che senso ha, parlare di contratti indeterminati quando un’azienda può chiudere dal giorno all’altro??
Ci sarebbe solo un contratto di lavoro, disciplinato in quanto a preavvisi di licenziamento, modalità e ragioni, e prestazioni economiche e previdenziali senza data di scadenza. Lavori e basta, vieni assunto finchè dura.
Tutto questo può portare ad uno scenario ideale descritto da questo esempio. Io azienda assumo una persona perché ho necessità, e lo faccio con un contratto regolare (pagando assistenza sanitaria, contributi, stipendio e tasse). Il lavoratore può farsi il mutuo, avrà i contributi versati (quindi l’INPS ne beneficia), tasse (Il ministero delle finanze ringrazia) e avrà dignità sapendo che lui è uguale ad altri lavoratori (senza la divisione di sottoclassi di cui sopra). Non si sentirà uno sfruttato e precario a vita. Quando l’azienda o per antipatia (bisogna anche capire a volte che un lavoratore può essere meno simpatico e integrato in un determinato contesto lavorativo e quindi creare tensioni o essere uno scansafatiche e quindi va messo alla porta) o piuttosto per ragioni legate alla produzione o ad esigenze aziendali licenzia la persona, questa va all’INPS o altro ente, e prende il suo sussidio di disoccupazione. A quel punto potrà trovare un altro lavoro in un’altra azienda o con un altro impiego perché un imprenditore non avrà nessun problema ad assumerlo sapendo che può licenziarlo in maniera relativamente semplice (chiaramente vanno intorodotti dei correttivi per evitare abusi) e una volta licenziato sarà lo stato a prendersene carico. Risultato: si ha un mercato del lavoro veramente efficiente (niente sindacati e con un costo del lavoro formato dal mercato del lavoro stesso) e davvero flessibile capace di far competere le nostre aziende su scala mondiale. Ciò potrebbe anche attrarre i fantomatici investimenti esteri che da sempre sono cronicamente latitanti in Italia. In più si cesserebbero tutte quelle moderne forme di sfruttamento e precarizzazione del lavoratore che ledono ogni dignità umana. Un contesto sifatto inoltre motiverebbe maggiormente i dipendenti perché non avrebbero nessun ansia sul proprio futuro, sapendo che possono contare su qualcuno (lo stato) qualora vengano licenziati. Si avrebbe una flessibilità completa sia in entrata che in uscita. Adesso è solo in entrata. Entri precario e rimani precario, forse a vita. Se sei fortunato hai fatto “13″ nel vederti assunto a tempo inderterminato.

E’ così semplice e così logico (la mia proposta non è esatta ma migliorabile ed emendabile) ma di sicuro migliore di quella attuale. Sarebbe possibile se vivessimo in paese in cui la logica, il buon senso, in primis dei nostri politici e secondariamente dei cittadini avrebbero la meglio sull’irrazionalità. Dobbiamo semplicemente avere la volontà di mettere da parte inutili e superati limiti mentali e sociali e abbracciare quello che è un cambiamento che è inevitabile. L’alternativa sarà l’inasprimento del conflitto sociale e soprattutto una generazione (quella attuale) di lavoratori che può paragonarsi ai lavoratori sfruttati della prima società industriale, solo che in chiave moderna. Con tanto di Ipod, telefonini, bei vestiti e aperitivi.
Ci vuole coraggio nel fare le scelte giuste, prima che sia davvero troppo tardi.

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Gen 08 2009

La “Battaglia” del Global Warming

Published by admin under Ambiente, Scienza, Tecnologie

Stamattina (7 gennaio) mi son recato in edicola per comprarmi il mio solito 24 Ore.
Mi son soffermato a fare una veloce rassegna stampa di altri giornali esposti.
Mi ha colpito qualche titolo di un “giornale” ovvero “il Giornale”.
Dedicavano qualche articolo al problema del riscaldamento globale, con un rimando mentale alle eccezionali nevicate di Milano.
Sembrava far passare, vedendo le foto di copertina con Milano innevata, insieme ai titoli e agli occhielli, questo messaggio: parlano di riscaldamento globale e guardate che neve!
Ho letto l’incipit di un articolo, quel tanto che è bastato a guastarmi la giornata. Vado su Internet dopo ed ecco che dal sito del Il Giornale riesco a “scroccare” l’illuminante articolo a firma di Franco Battaglia, un docente di Chimica dell’Università di Modena.
C’è anche un altro articolo sullo stesso tema ancora più esilarante, in cui sulla base della magnifica deduzione (neve a Milano, quindi non c’è riscaldamento globale) l’articolista propone (scherzosamente spero) di ritirare il premio Nobel ad Al Gore e all’IPCC per il loro impegno nel divulgare la questione del riscaldamento globale, in quanto si tratta di una bufala. Franco Battaglia invece ci mette il piglio accademico a sostegno di tale tesi.

Prendiamo l’articolo di Battaglia, l’altro non merita nessun commento, anzi se lo leggete si commenta da solo.
Ora nella scienza – ed è giusto così – c’è sempre una parte di scienziati o membri di un comunità scientifica che dissente su una scoperta o tecnologia che sia. In fondo è giusto: il dubbio “scientifico” è essenza stessa di ogni scienza. E gli scienziati devono essere critici e pronti a smontare una teoria o una scoperta che sia. Quando ci riescono è bene, quando non ci riescono è bene anche perchè vuol dire che è stato fatto progresso scientifico.

Ora però approfittare di una nevica eccezionale su Milano per far passare il messaggio che non c’è global warming è quanto di più stupido ci possa essere. Oltretutto offensivo per i lettori stessi. Ma questi sembrano essere contenti di essere trattati così, almeno dai commenti che si leggono. Ma comunque meglio così, il mondo è bello perché vario. Senza il suo articolo non avrei nemmeno avuto la possibilità di scrivere questo post, su un tema a me molto caro.

Ora già il titolo è un po’ una presa in giro: Io fisico controcorrente vi spiego il bluff del riscaldamento globale. Come detto sopra l’autore Franco Battaglia, è un docente di Chimica. Vorrei sapere in virtù di quale procedimento chimico un uomo possa diventare da “chimico” un “fisico”. Mi sembra più un processo alchimistico!! Confido nella distrazione dell’editor.
Andiamo avanti. Per inciso se a Milano ha nevicato dimostrando quindi che fa molto freddo e “quindi” – come se fosse un sillogismo o applicassimo la proprietà transitiva – il riscaldamento globale non esiste, dato che è una mera osservazione empirica posso dire che, dove vivo a Mattinata sul Gargano, non è nevicato. Ma questo posto è un mondo a parte e pertanto anche il clima lo sarà: infatti è come se avesse un microclima proprio. Fatto sta che negli ultimi 10 anni avrà nevicato forse una volta, ma quest’anno, in questa “mini-glaciazione” di inizio secolo, non ha nevicato. Anzi sono quattro anni a mia memoria che a dicembre fa relativamente caldo. Devo confessare che amente del caldo come sono, mi sta anche bene. Quindi il mio empirismo da “Bar Sport” è pari all’osservazione che lascia intendere Battaglia (a quanto pare ben 650 scienziati concordano con Battaglia dicendo che il riscaldamento globale qualora esistesse non dipende dall’uomo, ma da cicli naturali). Ancora con un’altra osservazione empirica, posso dire che le piogge quest’anno son state eccezionali, tali che più che un autunno mediterraneo è sembrato la stagione delle piogge delle zone tropicali. Con un processo di pensiero “battagliano” ho dedotto che fosse una prova del riscaldamento globale. Ci stiamo tropicalizzando!! Non mi resta che aspettare con trepidante paura i tifoni l’anno prossimo!!

Quindi per rispondere a Battaglia, il punto di osservazione che abbiamo è molto relativo, e una rondine non fa primavera! Battaglia comunque ha co-firmato un contro rapporto chiamato N-IPCC (in antitesi all’IPCC, quello vero). La N- IPCC (Nongovernmental Internationall Council on Climate Change), opposto al IPCC (Intergovernmental Coucil on Climate Change) e il suo rapporto lo potete trovare qua: http://www.heartland.org/policybot/results.html?artId=22835.
Suppongo quindi che Battaglia abbia più informazioni di me per affermare che il clima non stia cambiando per ragioni antropiche (umane) ma per conto suo. Beh è vero nel corso della storia la temperatura sulla terra è cambiata: 5 miliardi di anni fa era piuttosto bollente!! A scuola tutti abbiamo studiato le glaciazioni. E recentemente anche in assenza di attività industriale, quindi nel 1600, c’è stata una variazione al rialzo delle temperature. O tra il 1940 e il 1975 (un anno prima che nascessi) la tendenza era al ribasso, ed eravamo in pieno boom industriale. Insomma la temperatura globale sale e scende. Un po’ come le borse. In fondo son entrambi fenomeno caotici. 
La Natura ha i suoi cicli, ovviamente, è “può” anche darsi che ci troviamo in un ciclo che porta al riscaldamento o piuttosto ad un suo raffreddamento, e magari oggi siamo all’interno di un ciclo naturale “al rialzo” naturale. Ma ignorare l’attività dell’uomo e il suo impatto sull’ambiante è un po’ come equipararci a delle formiche sulla superficie della terra. In proporzione non lo siamo, altrimenti saremmo formiche. Ma le formiche non girano su macchine da 4.2 litri per spostare il proprio corpo (leggevo oggi che l’auto più venduta negli Usa l’anno scorso è stata un modello da 4.2 litri di cilindrata), o piuttosto non hanno bisogno di 1000 Kwh a testa all’anno, che richiede una fonte fossile o non per essere generata. Le forbiche non si sono messe in testa di volare, prendendo l’aereo, attività a grande emissione di CO2. Idem i delfini, le tigri, i cani e qualsiasi animale. L’uomo purtroppo impatta. Bruciare 80 milioni all’anno di barili di petrolio, miliardi di metri cubi di gas naturale, milioni e milioni di tonnellate di carbone minerario, significa “bruciare” biomassa vegetale che si è accumulata in milioni di anni sotto forma di combustibili fossili, ad alto contenuto di carbonio non rinnovabile. Nel senso che se io brucio – per farci energia – una foresta e la ripianto, bruciandola ho generato CO2 ma viene riassorbita dalla pianta successiva che vado ad impiantare, o che nascerà sua sponte. Invece petrolio, gas e carbone, tramite processi di fossilizzazione differenti sono biomassa vegetale intrappolata in quel “formato”, di foreste che son esistite milioni di anni fa quando il mondo era tutta foresta. E l’uomo per fortuna non esisteva. Altrimenti avrebbe raso a suolo già tutto. 
Con una superficie terrestre completamente differente da quella di oggi.
Senza l’uomo quel petrolio, insieme a gas e carbone, sarebbero rimasti sotto terra per secoli e non ci sarebbe stato nessun rischio di carbonizzare l’atmosfera.

Ora che la CO2 possa essere responsabile o meno del cambiamento climatico in atto non vi sono dubbi, piuttosto può essere riduttivo parlare di cambiamento climatico solo facendo riferimento al “termometro” medio dell’atmosfera terrestre. Prendiamo gli uragani che si abbattono in America Centrale con una forza e una frequenza mai vista prima. Ci sono diversi studi che correlano l’ampiezza e la frequenza di tali fenomeni con le variazioni di fattori ambientali, che prima non esistevano, quindi indotti dall’uomo, come il riscaldamento della corrente del Golfo. O piuttosto dell’aumento della CO2 disciolta nei mari, che “avvelena” le acque, compromette diversi ecosistemi, dalle barriere coralline all’aumento delle alghe, alla riduzione degli stock di specie ittiche. Quindi il global change, che è più comprensivo come termine del global warming è un fenomeno che ha diverse faccie: la variazione di temperatura è solo un aspetto.  Considerare solo quello è assolutamente riduttivo e ignora che l’oggeto di indagine non è un fenomeno, l’aumento o diminuizione dell temperatura, ma l’intero ecosistema terrestre. 

Una piccola evidenzia empirica: si leggono spesso in questa stagione di morti per asfissia da diossido di carbonio, a causa di malfunzionamento o scarsa aerazione di stufe e impianti di generazione termica domestica. Insomma la CO2 è un gas velenoso!! Letale! La nostra fortuna è la concentrazione bassa nella nostra atmosfera. Miliardi di anni fa, la terra era inanimata proprio a  causa della mancanza di ossigeno ovvero della eccessiva presenza di CO2 nell’atmosfera. Poi meccanismi vari quali eruzioni vulcaniche hanno saturato l’atmosfera di ossigeno, l’acqua è apparsa sulla terra e la vita sulla terra ha mosso i primi passi, e con l’attività di piante e alghe e la fotosintesi clorofilliana ha permesso di riassorbire la CO2. Quelle piante e quelle alghe adesso vivono con il loro alto contenuto di carbonio ”stoccato” sotto forma di combustibili fossili, e noi ogni giorno lo estraiamo.

Quindi si può credere o dubitare che il riscaldamento terrestre sia dovuto alla maggiore produzione di CO2, ma non si possono ignorare i cambiamenti climatici, intesi come aumento di fenomeni (quelli visti su) e impatto dell’uomo a causa di emissioni serra sull’intero ecosistema, senza considerare il quadro di insieme. Magari la temperatura in aumento, lo scioglimento dei ghiacciai possono essere dei postulati inesatti, ma io penso che al centro della discussione il dato fondamentale, è quello visibile in questo grafico.

Grafico della concnetrazione di CO2 negli ultimi 1000 anni

Grafico della concentrazione di CO2 negli ultimi 1000 anni

E’ un grafico simile a quello usato da Al Gore, nel suo “An Inconvenient Truth”, Una Scomoda verità, che è un documentario teso a sensibilizzare l’uomo su quella che è la verità di fondo, ovvero che la CO2 è in aumento e questo può avere tutta una serie di sconvolgimenti diretti e indiretti, prevedibili e meno. Siamo uomini e gli scienziati applicano il metodo scientifico. Ripeto qualche postulato può essere sbagliato, ma che la CO2 sia aumentata è fuori luogo. E che sia aumentata proprio in concomitanza all’aumento delle attività di combustione è fuori discussione. Il grafico ci mostra dall’anno 1000 al 1580 il livello di concentrazione della CO2 nell’aria è di 280 parti per milione (ppm). Dopo si abbassa forse a causa di pestilenze o qualcosa che ha ridotto l’attività umana o il numero di foreste, per ritornare al 1810 al valore precedente e per poi – aspetto più eclatante – intorno al 1860 inizia a crescere. Ricordo che in quegli anni ha inizio la prima rivoluzione industriale basato all’inizio sul vapore, prodotto bruciando qualcosa. Da 280 ppm si arriva a 370 ppm e più dei nostri giorni. E’ quasi un 40% in più, ma accumulati in poco più di due secoli, con la crescita maggiore avuta negli ultimi decenni. Dal momento che il grafico lascia presagire un’accellerazione del fenomeno, considerati i ritmi di consumo e di emissioni, si potrà fare un 20-40% in pochi anni anziché 2 secoli come in passato. Dobbiamo forse ringraziare la crisi economica che fa da freno all’attività umana.

Andiamo su Marte: l’atmosfera di Marte è formata per il 95% di biossido di carbonio, sempre lei la CO2. Su marte non c’è vita. Sicuramente c’era una volta, in quanto ci sono indizi di acqua. Sicuramente lì è successo qualcosa che ha fatto in modo che la CO2 fosse altamente concentrata nell’atmosfera. Non sarà stata la civilizzazione e l’emissione dei gas serra ad opera dei marziani, ma ci serve per capire di quanto precaria potesse essere la vita su un pianeta, pur se in termini di milioni di anni. Quindi abbiamo la fortuna di vivere su questo magnifico pianeta Blu. Cerchiamo di lasciarlo intatto il più possibile. E di mettere da parte quel letale principio antropocentrico, che genera la convinzione che tutto ci è dovuto. Anche i dinosauri si sentivano immortali, e i “re della foresta” finchè l’impatto di un’asteroide ha offuscato un pò l’aria e ridotto l’irraggiamento che giungeva alle piante e mandato in tilt tutta la catena alimentare. Non vede nessuna similitudine, pur lontana, tra il pulviscolo sollevato dall’asteroide e il nostro gas-serra?? Pensa che fosse nero come la pece o forse la sua concentrazione non erano che pochi “ppm”, tali da determinarare quel global change??

Ritornando a Battaglia ecco come finisce l’articolo: “Mi piacerebbe che nessuno parlasse più di riscaldamento globale, anche perché comincio ad annoiarmi; ma più che un auspicio è, la mia, una pia illusione: quella del riscaldamento globale antropogenico è una fiorente industria, ben oliata dal denaro delle nostre tasse - una quantità fantasmagorica di denaro pubblico - diretto verso progetti tanto grandiosi quanto inutili, tipo: il fantasioso sequestro della CO2, la burla della realizzazione di parchi eolici, la truffa della realizzazione degli impianti fotovoltaici. Il tutto con la benedizione del Parlamento europeo; il quale, promuovendo la politica energetica suicida del cosiddetto 20-20-20, fondata sul falso scientifico di pretendere di governare il clima, sembra ansioso di dare il via ai lavori di scavo per la nostra fossa. Che qualcuno lo fermi.”. Ci vuole un coraggio a fare affermazioni del genere. Forse potrei essere scettico sul sequestro della CO2, ma alcuni ci stanno provando e riuscendo anche, ma su tutto il resto parchi eolici e pannelli fotovoltaici, e il piano 20-20-20 mi sembra incredibile che da un accademico possano essere fatte simili affermazioni.
Il piano 20-20-20 significa riduzioni dell’emissioni serra del 20%, riduzioni dei consumi del 20% attraverso l’efficienza energetica, e un 20% di generazione rinnovabile. Vede egregio Dott. Battaglia, qui nessuna ha la pretesa di voler governare il clima. L’unico a pensarlo è Lei. L’essenza del Protocollo di Kyoto è partire da una constatazione: l’aumento della CO2 nell’atmosfera a causa delle combustioni fossili, con lo scopo di varare un piano che oltre a ridurre le emissioni possa anche far in modo che grazie ad un maggior contributo di generazione rinnovabile le risorse finite fossili, possano durarci qualche anno in più. Perché prima o poi queste finiranno. E a questi ritmi, senza citare il picchio di Hubbert, non c’è ne resta molto. Se non altro pur in mancanza della verità definitiva se la CO2 riscalda o meno l’atmosfera terrestre, per il principio di precauzione, in attesa di nuove osservazioni, teorie e modelli matematici dovremmo iniziare a rilasciare il pedale dell’acceleratore della nostra folle corsa nel bruciare ogni combustibile fossile che rousciamo ad estrarre. E creare oggi il mondo di domani, perchè domani sarà tardi. Perchè domani forse quell’astoroide sarà già caduto e alzerà polveri.

Poi lo sa Lei che un pannello fotovoltaico ha un’efficienza di conversione del 18% ma anche del 40% con i sistemi a concentrazione?? Se è un docente di chimica saprà che la conversione che attua la fotosintesi nelle piante arriva appena ad 1% rispetto all’energia ricevuta. Significa che l’uomo – lo stesso che inquina – è riuscito a battere la natura con un multiplo che va dai 18 ai 40 volte. Se prende un motore a combustione interna, nel migliore dei casi si arriva a 30-40% (se consideriamo le turbine a turbogas). E una tecnologia, quella fotovoltaica, che dalle prime celle al selenio del 1914 che avevano un’efficenza del 1% in un secolo si è riusciti a moltiplicare l’efficienza di 18-40 volte. La tecnologia del motore a scoppio (che immagino sia la fede tecnologica energetica di Battaglia) è rimasta al palo allo stesso livello di efficienza di 100 anni fa. Mi dica lei dove è la truffa? Nel motore a scoppio che su 1 euro di benzina (ignoriamo le accise per comodità) né ottengo 30 centesimi di potenza effettiva o in quella fotovoltaica che su 100% di energia gratis (il sole) né ottengo 18 o 40 in termini energetici?? Per il quale ho un guadagno (incentivi statali a parte): l’energia che produco. Se poi mi parla dei costi del fotovoltaico, un pannello per essere competitivo senza incentivi dovrebbe costare un quinto rispetto ad adesso. Ma le pale eoliche sono molto più competitive, costano di meno ai cittadini, e sono anche più efficienti dei pannelli solari, tali da arrivare ad eguagliare i motori a combustione interna. Con una differenza che vento e sole sono gratis.
Lo stato adesso (quindi i cittadini con la bolletta energetica e non con le tasse dirette) ci mette una mano, ma con l’obiettivo di promuovere un’industria (oltre che rispetttare il Protocollo di Kyoto che l’Italia ha sottoscritto) ha fatto passi da gigante in meno di un secolo è che potrà farci sbarcare nei secoli futuri dandoci un mondo più pulito e con energia illimitata. Senza quest’investimenti che Lei ritiene una truffa, (non ho capito a danno di chi, dei cittadini?? I cittadini dovrebbero ringraziare questa “truffa”,nell’ottica della sicurezza energetica di lungo termine), quest’industria non potrà svilupparsi. Le ricordo poi inoltre la legge di Moore, che così come si è rivelata esatta (anzi piuttosto prudente) nei chip a semiconduttori, si può applicare con altri rapporti di riduzione dei costi e aumento delle prestazioni ai sistemi Fotovoltaici. Oggi l’attuale costo elevato del silicio solar-grade, il componente base delle celle FV di silicio, a mio avviso, risente più di uno squilibrio tra domanda e offerta, che per un costo industriale intrinseco, con buoni margini di riduzione una volta che gli investimenti in impianti e fornaci di sicilio grezzo aumenteranno, e cesserà questo forte squilibrio. Saprà inoltre che ci sono tecnologie a thin-film alternative e meno costose, che hanno possibilità di riduzione dei costi grazie al miglioramento dei processi e alla riduzione dei costi di maggiori economie di scala.

Quando andavo alle medie ci portarono in visita al Centro Enea Monteacquilone di Manfredonia, doveva essere il 1987. 20 anni fa. Allora, l’impianto era (ed è rimasto tale e quale più o meno) da 200 Kwp, era il più grosso d’Europa. Adesso viene superato da un qualsiasi progetto di downstream fotovoltaico medio. In 20 anni in Italia, grazie alla mentalità di una classe politica che tutto pensa tranne al proprio paese, da paese all’avanguardia per la sperimentazione di nuove tecnologie energetiche siamo diventati i maggiori importatori di tecnologie rinnovabili (ci salviamo producendo qualche pala eolica). Tutto questo grazie ad una classe politica indifferente, ma anche ad una mentalità fatta di pensiero debole come quello di Battaglia e di altri che ostacolano le energie rinnovabili, ragionando come se vivessero appunto su un altro pianeta. Forse su Marte.

Nel frattempo mentre finisco quest’articolo dall’altra parte dell’oceano, qualcuno, che si chiama Barack Obama ha affermato che in 3 anni gli Usa raddoppieranno la loro produzione di energia rinnovabile. Qui invece quando si parla di energia, la discussione si orienta su una tecnologia che ormai negli Usa hanno abbandonato: l’energia nucleare a fissione. Troppo rischiosa e finanziariamente incerta. L’America in fondo è sempre l’America. E noi siamo sempre più una nazioncina.

Per concludere Prof. Battaglia, spero tanto che Lei abbia ragione. Se il riscaldamento globale non dipende dall’uomo ma dalla natura, ben venga, ci sentiremo tutti più sollevati e meno colpevoli. Potremmo essere felici di girare la chiave dell’automobile, senza creare nessun effetto farfalla nel “clima”. Però vorrei che lo dimostrasse con dati alla mano. Forse un giorno mi leggerò il rapporto del N-IPCC. Le 50 pagine mi sembrano più una relazione che un rapporto. Nel frattempo, per precauzione, scelgo le energie rinnovabili. Non si sa mai che abbia torto.

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Dic 17 2008

Il taglio dei tassi della FED: film già visto

Published by admin under Borsa, Economia, Finanza

Sembra di ritornare indietro nel tempo. Al 2001. All’epoca come noto l’economia aveva smaltito la sbornia della new economy, e cercava di riprendersi dopo l’11 settembre. La FED che fa??
Inizia a sforbiciare i tassi. Del resto può solo stampare denaro e decidere quanto farlo pagare. E così dal 2001 con i Fed Funds al 6% arriva man mano a tagliarli per arrivare a fine 2001 al 1.75%. Continuerà a tagliare fino al 2004 atterrando ad 1%. Lì ha inizio l’illusione subprime, e inizia la gold rush del mattone. Le case salgono perché la gente povera e ricca, chi ha un reddito e chi no, inizia a comprare case. Un mutuo come un piatto di pasta non si nega a nessuno. Si passa da una bolla all’altra, da quella new economy molto hi-tech a quella molto old della solidità del mattone. Mattone che come abbiamo visto non è tanto solido. Solo che mentre le case salivano e i mutui aumentavano, il tasso federale aumentava raggiungendo il 5.25% nel 2007.

E oggi? Che fa la Fed? Taglia ancora. Ha iniziato nel 2007 con una serie di tagli fino ad arrivare a ieri, tagliando in un giorno solo ben lo 0.75%, e attestando i tassi allo 0.25%. Un livello che non si vedeva dai tempi della II Guerra mondiale. In fondo questa di oggi è una situazione di emergenza come può essere paragonabile ad una guerra mondiale.

Questo il grafico, preso dal Wall Street Journal (cui ringrazio). Purtroppo è un po’ piccolo, ma insomma si capisce.

Ora va detto che una tale misura permetterà a chi ha un mutuo di avere rate più leggere (presumo dell’ordine del 3-4% in America rispetto ai tassi del 8-12% di inizio 2007), quindi per quanto criticabile questa misura, perché probabilmente darà adito a nuove bolle creditizie in futuro, è ormai una delle ultime cartucce che aveva la Federal Reserve Usa da sparare. Speriamo bene.
Questo non significa credito facilee e a basso costo, perché le banche almeno a breve saranno molto restie a concedere nuovi prestiti.

Sta di fatto che il malato cronico che è il “mercato finanziario” viene curato ancora una volta con lo stesso farmaco che è causa del suo stesso male.

L’era della mini crisi

In realtà va detto che nel giro di 8 anni abbiamo assistito a 3 shock economici importanti, lo scoppio della bolla della New Economy, l’11 settembre e questo dei mutui subprime. Tranne la seconda che è di origine esogena, le altre sono il frutto di una politica monetaria deprecabile quanto vogliamo, ma inevitabile. La soluzione sarebbe far morire il malato una volta per tutte. E ricominciare in un nuovo corpo. Ma questo sarebbe la catastrofe. Il “big crunch” sarebbe stato inevitabile già nel 2001. Ma è stato evitato intervenendo sui tassi e dando ossigeno ai mercati. Lo si è evitato ancora oggi. In futuro quindi dobbiamo abituarci a future crisi finanziarie – magari non così gravi – e da minicicli di crescita e decrescita, almeno finchè non si smaltirà la più generale bolla finanziaria che dura ormai da ben 30 anni a questa parte, o anche più, forse partita o quantomeno accelerata con la fine di Bretton Woods.
Quindi il prezzo da pagare per aver evitato una grande catastrofe è quello di avere tante mini-catastrofi, come quella odierna e come quella che nel prossimo decennio si ripresenterà, magari alimentato da qualche nuova bolla speculativa e creditizia. E’ strano come mentre le crisi in passato avessero dei tempi di incubazione molto più lunghi oggi si condensino nell’arco di pochi anni. Sicuramente è dovuto all’accelerazione della velocità con cui circola il capitale oggi, grazie anche alla tecnologia, e al proliferare di strumenti finanziari, opportunità di investimento, nuovi mercati e trend settoriali che contribuiscono ad alimentare questi cicli di boom con successivo sboom.

L’inflazione di questi anni e la politica monetaria

Ora come possiamo vedere il tasso di inflazione è cresciuto a partire del 2002, e questo presumo – secondo uno dei principi cardini delle politiche monetarie di una banca centrale – ha spinto al rialzo dei tassi nel periodo che va dal 2004 ad oggi. Solo che non era un’inflazione generata da fattori endogeni, interni al sistema come aumento dei salari (da sempre secondo una certa scuola di pensiero economica concausa di una pressione inflattiva) o squilibri tra domanda ed offerta di vari beni, che può portare ad aumenti di prezzi, oppure scarsa produttività: l’errore secondo me che ha fatto la Fed (e anche la BCE) è quella di non aver considerato l’inflazione degli scorsi anni dovuta alla speculazione dei prezzi delle materie prime e delle commodities energetiche, che ormai si sono ridotti. Insomma nel calcolo dell’inflazione non ha tenuto conto della componente speculativa che prima o poi è destinata a scomparire per effetto del mercato stesso.
Magari tanto valeva mantenere una politica lassista sui tassi di interesse dal 2002 ad oggi ed evitare che i sottoscrittori dei mutui subprime (partiti con una rata bassa salita man mano in seguito all’aumento dei Fed Funds) si ritrovassero in braghe di tele. Magari la corsa al mattone sarebbe durata, e tutti avremmo vissuti felici e contenti. Comunque è facile fare le analisi con il senno di poi, lo ammetto.
Poi la politica monetaria non è mai preventiva. Si leggono dei dati macroeconomici: tasso di inflazione, disoccupati, tassi di crescita dell’economia e poi si decide il da farsi. Ma insomma arriva sempre tardi. Ecco perché come dissi in qualche post in passato dovrebbe essere il mercato a decidere i tassi e non un gruppo di banchieri, che con tutto il rispetto, essendo umani sono soggetti ad errori…. di valutazione e di “azione”. E poi c’è sempre il primo principio della dinamica: l’inerzia.

Tasso di disoccupazione: un buon indicatore di acquisto

Veniamo all’ultimo grafico (sempre courtesy of WSJ). Il tasso di disoccupazione. Anni fa leggevo un libro che si chiamava le “Le cinque chiavi della finanza”.  Una di queste chiavi è il tasso di disoccupazione. Diceva una cosa facile facile: quando la disoccupazione aumenta è il momento di investire in borsa. Lo so che è cinismo. Un alto tasso di disoccupazione – lo sappiamo bene noi italiani e noi del sud – significa gente senza lavoro. Significa tristezza per molte persone. Il lavoro oltre che a dar da mangiare è un ottimo sedativo sociale e un ottimo psicofarmaco naturale.
Ma le aziende quotate, le cui quotazioni riflettono le aspettative di crescita dei profitti, hanno benefici quando licenziano. Diventano più snelle, hanno meno costi ed evitano la tragedia ben maggiore: il fallimento totale dovuti ai troppi costi se dovessero mantenere gli organici a pieno regime. Meglio qualcuno a spasso che tutta la ditta a spasso, capo compreso.


Ora se prendete il grafico della disoccupazione e lo confrontate con il un grafico della borsa di quest’ultimi anni vedrete che seppur non sono strettamente correlati (c’è una certa inerzia nel mercato) c’è una certa anticipazione del trend borsistico. Nel 2003 nel grafico della disoccupazione vediamo che questa è ai massimi. Se date un occhiata al grafico dello S&P500 vedrete che nel 2003 ha inizio la salita. Man mano che dal 2003 al 2007 la disoccupazione è scesa, la Borsa è salita. Oggi siamo ai massimi con un tasso che va verso il 7% (in USA). La Borsa è ai minimi. Un altro motivo per cui è forse il momento di comprare. Oggi le aziende annunciano tagli al personale quasi tutto i giorni. Significa che stanno tagliando i costi. Meno costi, pur con uno scenario in recessione, significa fare più utili (o evitare perdite) e più utili fanno tenere su le quotazioni. Semplice. No?

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Dic 15 2008

Madoff: il Signore della Truffa

Published by admin under Borsa, Economia, Finanza

Non bastavano i subprime. A dare l’ultima (speriamo) batosta alla finanza è stato lui: Bernard Madoff, un 70enne a capo della Bernard L. Madoff Investment Securities LLC. Fino a qualche giorno fa sul sito web dell’azienda era possibile avere qualche info, anche se in realtà erano piuttosto scarse. C’era un link con tutte le società quotate in America. Una cosa priva di senso. Nessun riferimento ai suoi fondi, alla sua attività aziendale, ai rendimenti che dava. Io non ci avrei messo una lira solo vedendo il suo sito web. Troppo opaco o meglio “oscuro”. Adesso c’è un messaggio che dice che la società è stata posta in amministrazione controllata.
In finanza esiste un disclaimer molto famoso: i rendimenti passati non sono garanzia di quelli futuri. Vale per tutti a quanto pare, tranne per questo signore, che a prescindere se il mercato fosse orso o toro, e a prescindere dalle stagioni riusciva a dare rendimenti annuali del 8-12-15%. Tutti gli anni.
In più aveva eliminato i numeri razionali dai rendimenti finanziari: di solito questi si esprimono con un numero seguito da una virgola e da un paio di decimali. Questo signore – che in fondo mi fa un pena – ha avuto l’abilità di rendere interi i rendimenti finanziari per più di un decennio.
E molti hanno abboccato. Come dice Barron’s forse ben gli stà, più che vittime gli avidi investitori di Madoff sono degli abilitatori o forse dei complici (ignari) della sua truffa. Poche commissioni di gestione e poche commissioni di performance. Anche questo altro indizio sospetto: come fa a guadagnare uno che fa rendere ai proprio clienti il 15% e prendere poco?? Alcuni gestori di hedge fund – l’attività principale di Madoff – prendono in media dal 20 al 30% dei profitti (performance fee) che fanno guadagnare ai pochi clienti, più una commissione di gestione (management fee). Insomma è come se andate a comprare qualcosa ed è molto allettante come prezzi e condizioni: o è scemo il fornitore o magari vi sta fregando. Può anche essere che sia così efficiente da essere competitivo, ma insomma si tratta di casi rari: pensate a Wal-Mart o alle compagnie aeree low-cost. 

Volete sapere chi ha “fregato” questo signore??
Ecco una bella tabella aggiornata ad oggi:

Società/Fondo

Esposizione complessiva (milioni)

Banco Popolare – Italia

68 €

Unicredit / Pioneer Alternative Investments – Italia

75 €

Natixis – Francia

450 €

Bnp Paribas – Francia

350 €

Santader – Spagna

2.330 €

Royal Bank of Scotland – Scozia

460 €

Man Investments – UK

360 $

Société Générale – Francia

10 €

Nomura – Giappone

302 $

Reichmuth – Svizzera

325 $

BBVA – Spagna

Diverse centinaia di milioni €

HSBC – UK

1.500 €

Ascot Partners

1.800 €

Access International Advisors

1.400 €

Benbassat – Svizzera

935 €

Unione bancaria privata - Svizzera

850 €

Maxam Capital Management

280 €

Eim Group

230 €

Benedict Hentsch

47 €

Bramdean Alternatives

20 € (circa)

Fairfield Sentry - US

7.500 $

Kingate Global Fund

2.800 €

Totale, con un cambio ipotetico 1 ad 1 euro/dollaro, sono circa: 21.892 milioni di euro. Una buona parte dei 50 miliardi di dollari (39 miliardi di euro ai cambi correnti) che è l’ammontare della truffa, senza considerare che probabilmente la lista sarà più estesa e che arriveranno altri dati nei prossimi giorni.
Insomma non l’ignaro pensionato o il day trader. Ma gente pagata - come gestori di hedge fund - il cui lavoro (e il guadagno) è trovare dei gestori validi a cui affidare i fondi dei propri clienti. Incredibile il caso di Fairfield Sentry, un fondo gestito da Fairfield Greenwich Group, un gestore di fondi newyorkese.  Sul sito della società, un messaggio del loro presidente dice che loro non hanno mai avuto informazioni che potessero far pensare di essere vittime di una truffa. Ci mancherebbe altro, che avessero saputo e continuassero ad investire nei fondi di Madoff. Questi di Fairfield, su 14 miliardi di dollari di asset in amministrazione hanno investito il 50% di questi nei fondi gestiti da Madoff. Un’altro addirittura (un fondo Maxam) aveva tutto il suo patrimonio affidato all’”esperienza” di Madoff. Esperienza nel fregarli. Ignorando il più basilare concetto dell’investimento in titoli mobiliari: la diversificazione. Mi chiedo poi con che faccia giustificassero le commissioni ai propri clienti, se metà (o tutto) del loro lavoro era affidato ad un altro gestore (Madoff appunto).
Madoff era uno che diceva: io ci metto la faccia, la mia azienda porta il mio nome e quindi fidatevi. Bastava quello. Non solo, il suo era diventato un family business: ci lavorava il fratello, e alcuni nipoti. Insomma una bella combriccola. Il reclutamento dei nuovi “polli” da spennare avveniva tra l’elité americana tra cockail party e country club: pare che la gente facesse la fila ad affidare i propri soldi a questo signore. C’è quest’articolo del Wall Steet Journal che ci mostra uno spaccato dei clienti che ha fregato. C’è pure un’insegnante che ci ha messo la sua fiche: 50.000$. Se fosse andata a Las Vegas si sarebbe divertita e magari avrebbe anche guadagnato. Poi mi chiedo come abbia fatto a truccare i conti tutto da solo: mi chiedo chi ci lavorava lì dentro a cosa pensava?? Essendo basata a New York e non in un paradiso fiscale, i revisori contabili che controllavano?? Già il revisore contabile - chi dovrebbe fare le pulci ai conti - doveva indurre il sospetto: non Doloitte, o KPMG o Ernst & Young o PWC, insomma una grande “firm” ma uno sconosciuto revisore il cui nome ancora deve emergere.

Ufficialmente Madoff era un grande market maker, insomma uno che “fa mercato” compra e vende titoli per conto di altri broker ed istituzioni. Infatti giustificava in parte così i suoi guadagni che erano dovuti all’attività di intermediazione (era uno dei primi nella borsa di New York) che stando a quanto dice gli offriva un punto di vista tutto particolare sul mercato che gli permetteva di guadagnare “piccole” somme sulle transazioni. Qualcuno già nel 2001 aveva fattole pulci alla sua attività e alle sue strategie di trading, che a quanto pare erano già allora piuttosto dubbie. E roba molto complessa, che i sofisticati investitori di un hedge fund dovrebbero sapere. Interrogato su come facesse, diceva che era una strategia proprietaria, insomma un segreto professionale, come un grande chef o come la ricetta della Coca-Cola. Ora tutti hanno compreso perché fosse una strategia riservata. Ma alla gente non gli importava nulla di come facesse: l’importante erano i risultati. E quei rendimenti tondi tondi.
I miracoli in finanza, come nella vita non esistono. Quando esistono son sempre fregature o allucinazioni, spesso anche collettive. Questa volta non ci hanno rimesso la pelle i piccoli risparmiatori stile Parmalat (Tanzi era un dilettante). Ma wealthy people. Gente ricca, e sopratutto gestori di fondi e cosidetti maghi della finanza. 
Madoff ha attuato il classico schema Ponzi. Una truffa vecchia di un secolo. Né accennai già in questo post. Non ci avrei mai scommesso che sarebbe ricomparso così in grande stile. E’ roba ormai da truffatori finanziari di provincia. Lo schema Ponzi fu inventato da un’italiano (siamo dei geni in fondo, anche nell’arte truffaldina) e con la promessa di lauti guadagni si attraggono via via nuovi investitori. Il bello è che alcuni ci guadagnano, di solito i primi “polli”, che fanno anche da marketing e passa-parola (inconsapevoli) per nuovi investitori, fin quando non ci sono più polli da spennare. La macchina di Madoff è durata forse per più di 20 anni, questo ancora non è chiaro. Ma la crisi attuale ha fatto sì che molti investitori chiedessero il rientro degli investimenti e ha reso difficile trovarne di nuovi. A quel punto ha gettato la spugna e ha divulgato il suo “metodo” proprietario di fund management: lo schema Ponzi. Nulla di originale.

Aggiornamento 17/12: 
Ho trovato il nome del revisore contabile. Cito quest’articolo del Sole 24 Ore: “la Friehling & Horowitz, che aveva sede in un buco da venti metri quadri e contava solo tre dipendenti: un partner ultrasettantenne residente in Florida, una segretaria e un impiegato che faceva solo sporadica comparsa in ufficio.”. Insomma nessuna delle Big Four (citate nel mio articolo) Audit Firm è coinvolta. Loro dopo l’esperienza di Arthur Andersen, che era l’auditor di Enron, hanno imparato una bella lezione. Almeno un tassello importante delle credibilità del sistema - le società di revisione contabile serie - non risultano coinvolte. Piuttosto la domanda è: come ci si fà a fidare della parola di uomo, i cui conti sono certificati - si fa per dire - da una misconosciuta società di revisione??? Alla stupidità umana non c’è limite.

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Dic 12 2008

La crisi dell’auto USA: la miopia del congresso e quella cronica dei sindacati

Published by admin under Economia, Finanza, Politica

Sono un  liberista ormai, quindi il senso di quest’articolo dovrebbe essere opposto. Ma in questi tempi un liberista è costretto a difendere un intervento dello Stato nell’economia. Moderni paradossi. Ieri notte il Senato Usa ha votato contro il piano di aiuto al settore auto Usa. Le tre big auto company: GM, Ford e Chrysler sono a rischio. Qualcuna molto probabilmente farà richiesta del Chapter 11, ovvero la protezione dai creditori per procedere ad una ristrutturazione aziendale. (In Italia è paragonabile forse all’istituto del concordato preventivo). A volte è l’antitesi della bancarotta.
Ora l’altro ieri sembrava fatta: erano stati destinati 15 miliardi in aiuto all’industria dell’auto. Ieri invece a sorpresa il no dei senatori. Il motivo??
Sembra che a molti senatori (democratici) non sia andato giù la richiesta fatta dai CEO delle tre compagnie (di cui i repubblicani si sono fatti portavoce) di allineare i salari dei lavoratori a quelli di paesi più competitivi come il Giappone. Un worker Usa del settore automobilistico sindacalizzato costa all’azienda quasi 70$ l’ora (comprese tasse, contributi sociali e benefit). I CEO hanno richiesto un allineamento a 50 dollari per poter competere con la concorrenza giapponese più agguerrita: la Toyota insomma. Insomma 50 $ non è mica un salario da paese asiatico emergente e deregolamentato.
Insomma si sta buttando il bambino con l’acqua sporca, solo per tutelare dei lavoratori che, stando così le cose molto probabilmente guadagneranno un giorno 0 dollari l’ora, perché le loro aziende saranno in bancarotta. Si parla di 7 milioni di posti a rischio.

Ora da più parti leggo e sento dire che la colpa di tutto è di questi banchieri, finanzieri, businessman che hanno trascinato il mondo in questa crisi. Qualcuno li vorrebbe vedere con la testa tagliata. Se qualcuno ha letto i miei precedenti post, secondo il mio punto di vista, la colpa è dei politici. Loro hanno il compito di far leggi, e le fanno male o non le fanno proprio. A prescindere dei colori e trascendendo dai singoli casi (Vi sono eccezioni di politici illuminati). Guardate i nostri parlamentari: pensate che siano dei geni???
E’ stata la politica a volere case per tutti in America, è stata la “politica” della FED (mai indipendente dalla politica) a volere tassi bassi, i banchieri hanno fatto il resto ovvero il loro lavoro. La politica per questa crisi, in Italia ma anche in US e altrove, spesso ha le ricette sbagliate.

E’ stata la politica a bocciare il piano di aiuti al settore auto, e spero tanto che nei prossimi giorni possa ritornare sui suoi passi.

Insomma se il mondo andrà a puttane, scusate il francesismo, sapete di chi è la colpa. I banchieri fanno il loro lavoro, devono dar conto ad azionisti e dipendenti, i finanzieri lo stesso. I politici a chi danno conto?? Ai cittadini? In un mondo ideale sarebbe così, ma quasi sempre danno conto a se stessi e alla loro dottrine vecchie o alla tutela di qualche categoria in nome di chissà quale principio o interesse.

Se a creare questa crisi è stata l’esuberanza di Wall Street, è perché a Washington qualcuno crede di vivere in un altro pianeta e per usare un termine calcistico: ha servito l’assist alla finanza. 

Un’ultima cosa: miope come al solito l’atteggiamento dei sindacati. In Italia lo sappiamo benissimo. Per me i sindacati sono un’istituzione vecchia e ormai inutile, adatta per altri tempi. Per carità al sindacato italiano, come americano o di qualsiasi parte del mondo, bisogna dar atto che grazie a loro i lavoratori hanno avuto grandi benefici e hanno potuto alzare la testa in un’epoca in cui lo sfruttamento del lavoro era corrente. Ma questo fino a 20 anni fa quando son stati costruite e ultimate le strutture sociali a difesa dei lavoratori. Ma i tempi sono cambiati. Una volta c’era bisogno di qualcuno che difendesse i lavoratori e i sindacati sono stati una straordinaria forza collettiva, più forte dei singoli, in grado di farsi valere e i risultati ottenuti sono stati eccellenti. Ma oggi occorre qualcuno che salvi i lavoratori dai sindacati. Oggi sembra che stiano a difendere piuttosto i privilegi dei lavoratori, ma con una visione miopia dei problemi. Sembra che la loro azione sia piuttosto autoreferenziale, tesa ad autolegittimarsi, piuttosto che trovare soluzioni concrete e concertative in tempi di recessione. Al momento non ho idea di cosa potrebbe sostituire i sindacati. Magari basterebbe uno Stato dalla parte dei lavoratori e alcune leggi di base che possano dare più potere a quest’ultimi, e riducendo la forza dei sindacati e magari arrivare un giorno a farne a meno, perché l’intera società: stato, aziende e lavoratori avranno fatto un passo in avanti nelle relazioni industriali. Forse basterebbe qualche Authority dei Lavoratori. Pubblica ma indipendente il più possibile. Ci vedrei dentro anche qualche sindacalista. 
Una cosa è certo, il mondo sta cambiando.

Giusto per mettere altra carne a fuoco: vi ricordate la scala mobile?? Un giorno ne parlerò meglio, perché secondo me è uno dei motivi per cui siamo i più poveri in Europa. Ebbene i sindacati hanno esaurito la loro funzione in quegli anni (’91 ma già qualche anno prima) accettando prima il blocco e poi l’abolizione della scala mobile. Ma questa è un’altra storia.

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Dic 05 2008

Un patto di trasparenza con i cittadini: il bilancio “sintetico” dello stato

Published by admin under Economia, Idee, Internet, Personali

Sappiamo che in Italia la pressione fiscale è elevata, in realtà è simile ad altri paesi, ma il problema è che noi siamo Italiani e viviamo in Italia. In un altro paese se i cittadini pagano molte tasse non si lamentano più di tanto perché sanno che quello che danno, lo ricevono sotto forma di servizi e infrastrutture di qualità e funzionanti.
In Italia sappiamo o meglio, abbiamo la percezione che paghiamo tanto e riceviamo ben poco o meglio quel che riceviamo lo percepiamo poco. Sappiamo inoltre che il guaio dell’Italia non è tanto la pressione fiscale di per sé, ma il fatto che ci sono moltissimi sprechi e scarso virtuosismo da parte degli amministratori pubblici (non tutti) nello spendere i soldi.
Sono stati scritti dei libri con tanto di cifre e dettagli, quotidianamente un inchiesta di qualche giornale o trasmissione televisiva aggiunge un tassello al desolante puzzle della “sprecona” spesa pubblica.

Io penso che un nuovo patto tra Stato e cittadini possa essere stabilito se il primo è trasparente nei confronti di tutti noi.
Se uno vi fa una domanda o ve la ponete a voi stessi dicendo: sai quanto è l’ammontare degli incassi dello stato?? Ovvero le entrate statali complessive a quanto ammontano?? Come vengono spese? Per avere qualche dato son dovuto andare sul sito della CIA, i servizi segreti americani. Hanno una sezione del loro sito, che ritengo formidabile e utilissima chiamata The World Factbook. Questa è la pagina relativa all’Italia, ma potete trovare info e classifiche di tutti i paesi del mondo. Se andate alla sezione budget (quello che ho espresso io in questo sito loro lo chiamano “budget, son forti gli americani!!) vedrete due dati: revenues 991.2 miliadi di $, expenditures 1.031 miliardi (stima del 2007). Ora lì sono in dollari e bisognerebbe capire che tasso di cambio hanno applicato. Poniamo quello attuale 1.26 $ contro 1 € e abbiamo queste due cifre: incassi 789 miliardi di €, e spese 818 miliardi. La Cia, ma non ci voleva lei a dircelo, ci mostra come siamo abili nello spendere di più di quanto incassiamo. Fate un giro su quel sito, vi sono un sacco di dati e soprattutto fate qualche confronto con gli altri paesi. Dopo di che, vi viene la voglia di emigrare.
Insomma dobbiamo andare sul sito della Cia per aver in un colpo d’occhio un paio di dati utili.
In teoria dovrebbe essere un dato facilmente accessibile e subito disponibile qui in Italia, da parte di qualche ente pubblico. Praticamente è il contrario.

In fondo noi siamo “azionisti” con le nostre tasse e con la nostra cittadinanza italiana. I governanti sono il nostro Consiglio di Amministrazione e l’Assemblea dei Soci è equiparabile alle elezioni. Ora qualsiasi azionista di qualsiasi impresa privata può accedere su base trimestrale o annuale ai conti della propria azienda, in forma aggregata ovvero al bilancio.
Perché questo non avviene anche per lo Stato Italiano??
In realtà da qualche parte questi dati sono pubblici in virtù della legge sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione, ma lo sono in una forma che è poco “accessibile” ai cittadini stessi sia come capacità di interpretazione e richiede conoscenze non da poco in materia di contabilità pubblica. Insomma è qualcosa che fa passare la voglia di sapere perfino ad uno come me, che sono abbastanza curioso e in grado di leggere un bilancio.

La soluzione è ciò che chiamo: bilancio “sintetico” dello Stato. Immagino un sito Internet – facile facile – dove son riportati tutti i dati chiavi dell’economia pubblica.

a) Debito pubblico. Perché non fare una piccola applicazione che momento dopo momento – in una specie di totalizzatore “nefasto” – ci dice (andrebbe bene anche su base giornaliera o settimanale o mensile) a quanto ammonta il nostro debito pubblico. In America in qualche piazza di New York, se non erro, esiste un totalizzatore stile Telethon del debito pubblico americano. Ormai è arrivato a ben 9000 miliardi di dollari. Inferiore comunque al loro Pil. In Italia il debito pubblico, come sappiamo, è maggiore del PIL di ben 4 punti %.

b) Entrate. E’ la sezione di quanto lo Stato incassa sotto forma di imposte dirette, indirette, tributi minori e dismissioni patrimoniali (anche questo ho scoperto che viene conteggiato come pressione fiscale, in quanto un bene pubblico alienato è sottratto al patrimonio pubblico).

c) Uscite. E’ la sezione più interessante e quella più importante se vogliamo dovrebbe illustrare in maniera analitica come vengono spesi i soldi per “macroaree di spesa”. Esempio
- Giustizia                                     XX mld.                       Incidenza % sul totale
- Sanità    
- Scuola e Università
- Infrastrutture primarie (strade, ponti, etc presumo che siano queste le infrastrutture primarie)
- Interessi finanziari (quelli che paghiamo sul debito pubblico)
- Difesa (Corpi Militari e spese per la difesa)
- Pubblica Sicurezza (Polizia, carabinieri, Guardia di Finanza etc)
- Ricerca & Sviluppo (pietosa la spesa in quest’area)
- Difesa del territorio
- Beni culturali
- Costo dell’Amministrazione Centrale e Locale (quanto costa la macchina burocratica, escludendo le spese contemplate nelle altre voci. Quindi Presidenza della Repubblica, Parlamento, Consiglio dei Ministri, Spese analoghe Regionali, provinciali e comunali) ci permetterebbe di capire quanto incide la spesa “istituzionale” sul totale.
- Contributi diretti e indiretti alle imprese o incentivi dati a cittadini e imprese
- Contributi all’Unione Europea e ad altri Enti

L’elenco potrebbe essere più lungo, non mi vengono in mento altre macro-voci (suggerimenti sono i benvenuti), bisogna evitare che si trasformi in un elenco interminabile, dettagliato poco pratico e si scarsa immediatezza.

Mi rendo conto che potrebbe essere un esercizio non facile, e i detrattori e gli avversari di una simile idea invocherebbero che sia molto difficile fare una cosa del genere. Dal momento che provengo dal settore informatico, possa dire che paradossalmente non vi è niente di più semplice. Si tratta di “riclassificare” e aggregare i vari capitoli di spesa e partite contabili esistenti in diversi sistemi informativi e consolidarli. Qualcosa che costa, ma non molto ed è assolutamente fattibile. Andrebbero integrati un po’ di sistemi contabili o riportati dei dati all’interno di un unico software-calderone. Esistono dei software gestionali nel settore privato (penso alla SAP) che permettono alle imprese di grandi dimensioni di tener sotto controllo qualsiasi spesa di qualsiasi filiale, minuto per minuto. ma è roba che fa anche il gestionale di uan qualsiasi software-house italiana. Se un’azienda come Wal-Mart che ha un fatturato che è circa un quinto o un sesto del nostro PIL riesce a dare ai suoi azionisti bilanci sintetici, disponibili su Google Finance perché non può farlo lo Stato??? Magari da qualche parte esistono già questi dati consolidati, vanno solo riclassificati (o forse lo sono già) secondo uno schema improntato alla trasparenza e alla semplicità, come quello suggerito da me o analogo e in fine pubblicati su un sito Internet.

L’ideale sarebbe anche avere un’idea delle consistenze patrimoniali dello Stato, ma questo può essere molto complesso in quanto occorrerebbe periziare e valutare beni diversi e non avrebbe alcun senso, e sarebbe molto costoso in termini di advisory e consulenti. Per il momento non ci interessa. Abbiamo in fondo beni inestimabili come il grande patrimonio artistico e paesaggistico, da questo punto di vista siamo ricchi (come dei grandi proprietari terrieri senza una lira in banca). Mi accontento di sapere stato patrimoniale passivo (debiti e liabilities) e un conto economico, per usare un parallelo con la contabilità delle imprese.

Quest’idea può sembrare una “cazzata”, un mero esercizio di contabilità pubblica, ma in realtà secondo me potrebbe gettare le basi di un nuovo rapporto tra stato e cittadini improntato alla trasparenza del primo e alla consapevolezza dei secondi, oltre che essere un formidabile strumento di controllo da parte di noi cittadini-azionisti. Così sapremmo anche che ad esempio la sanità (che se non erro ha un budget di 100 miliardi l’anno) ha un’incidenza per cittadino di 1.666 € (considerando 60 milioni di italiani). Oppure che gli interessi (circa 70 miliardi se non erro) incidono per 1.166 € pro-capita. Magari sarebbe anche uno strumento psicologico di lotta all’evasione dove ogni cittadino potrebbe capire quanto “costa” far funzionare lo stato e quanto ottiene in cambio in termini di servizi e mettersi una mano sulla coscienza. In più permetterebbe di capire che fine fanno i soldi che paghiamo e come vengono spesi.

Chi potrebbe implementare una simile idea??
Si tratta di fare un sito Internet e riportare i dati in forma aggregata. Fare il primo è semplice, riempirlo di contenuti adeguati (i dati contabili) è il problema. L’ideale attuatore di questa idea sarebbe lo Stato stesso. Ma dubito che la classe politica – demandata ad amministrare lo stato – di qualsiasi colore essa sia, abbia poco interesse nel fare questo. L’opacità dello “res publica” e la poco trasparenza è il pilastro fondante della politica italiana.  Sarebbe una cosa “carina” se l’iniziativa partisse dalla Ragioneria dello Stato – gli manderò un email con un link a quest’articolo – ma dipende sempre dalla volontà umana di chi vi lavora e di chi decide.
Diversamente potrebbe essere un lavoro dal basso, fatto con una piattaforma collaborativa ad opera di volontari – esperti in materia contabile – che consultando documenti pubblici e diverse fonti riuscirebbero a ricostruire uno quadro “sintetico” dei conti pubblici secondo i criteri di cui sopra. La remunerazione – è un lavoraccio – potrebbe derivare da un meccanismo tanto semplice quanto responsabile: piccole donazioni da parte di cittadini per ringraziare del certosino lavoro fatto da tali volontari. Un po’ come si mantiene Wikipedia – che però non distribuisce risorse ai suoi “collaboratori”. Ma la contribuzione di contenuti wikipediana è diversa da quella fatta dai volontari di questo ipotetico sito. Se sono un esperto di Topolino faccio subito a farci una voce wiki. Diverso per chi deve fare il topo da biblioteca per capire quanto spendiamo in armamenti o nella scuola e aggiornarlo periodicamente.  

Poi in questo frangente “delicato” della storia italiana e mondiale in cui è richiesta responsabilità sia da parte dei cittadini-azionisti che dagli amministratori (il tempo delle vacche grasse è finito da tempo) ritengo che un’iniziativa del genere sia quanto meno doverosa. E poi c’è Internet. Si parla di e-government, iniziamo dai conti pubblici “trasparenti, semplici ed accessibili”. Anzi, per finire, su questa ipotetica piattaforma partendo dal bilancio centrale man mano potrebbero aderire tutte le amministrazioni pubbliche locali (Regioni, Province, Comuni) e para-statali (ASL, Municipalizzate, società governative etc). Fino ad arrivare un giorno ad avere a portata di click tutti i conti, dalle Alpi alla Sicilia. Dimenticavo, in giro sono riportati qua e là qualche voce aggregata di spesa pubblica, ma il problema è avere un quadro sintetico, ragionato e aggiornato.
Scusate per il mio solito post chilometrico.

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Dic 04 2008

Il mondo salvato dai vegetariani

Published by admin under Ambiente, Economia, Idee, Scienza

Ignoro l’esistenza di uno studio o di un’analoga tesi fatta da qualcun’altro da qualche altra parte.
Mi è venuta questa intuizione qualche giorno fa. Dopo un complesso iter analitico. Magari è una cosa scontata ed evidente. Ma a volte ci dimentichiamo dell’evidenza.
Forse qualche cifra e i numeri riportati sono un po’ larghi e vanno presi con beneficio di inventario. Quindi perdonatemi, per il momento accontentatevi del senso.

La tesi è che se fossimo tutti vegetariani noi umani, il mondo sarebbe un posto che potrebbe ospitare secondo me 4-5 volte il numero di persone che vi sono oggi. Ovvero 20-30 miliardi di esseri umani. Forse anche di più o anche di meno. Vediamo come ciò sia possibile.

Allora supponiamo che per alimentare ogni giorno un maiale in età adulta ci vogliano 15 chilogrammi (me lo ha detto un’allevatore ma non era sicuro!!!), mentre per alimentare una mucca occorrono una decina chilogrammi di biomassa vegetale “every day”. Ora quanta ciccia mette su un maiale o una mucca in un giorno che si traduce in cibo disponibile per noi umani quotidianamente, ammesso che sia l’unica fonte alimentare giornaliera?
Si usa l’ “indice di conversione” che indica quanta  cibo in input devo fornire per avere 1 kg di biomassa animale (compreso anche ossa, pelli e parti non edibili) come output. Leggendo qui si scoprono cose interessanti e anche sconcertanti. Un agnello richiede 24 chili al giorno per fare 1 kg di se stesso, 13 kg per un kg di vitello, 11 ad un vitellone, mentre i polli sono quelli che impattano di meno: ogni 3 hg di cibo che gli diamo ne abbiamo 1 kg di peso corporeo in più. Qualora vi fosse un premio all’animale da allevamento che inquina meno tale premio andrebbe ai polli. Evviva i polli!
Insomma immaginate il tutto come un processo: in input si danno 15 kg di cibo ad un maiale e il risultato utile (per noi umani) che ottengo è un chilo di biomassa animale, che se devo però considerare la parte effettivamente edibile il conto raddoppia: ci vorrebbero 30 chili per ottenere un chilo di ciccia maialesca utile per noi umani. Il resto finisce più o meno sotto forma di letame e di perdite di processo. Una mucca, per esempio ha un’efficienza di conversione di circa 6% in termini di conversione “energetica” da proteine vegetali a quelle animali.
Tutto questo cibo in input richiede enormi quantità di terreno da coltivare: il 70% delle superfici coltivabili. Questo va detto ai critici del bioenanolo e delle biomasse agricole energetiche: mangiate meno carne e non rompete le balle con queste stronzate. Coltivazione che richiede acqua (una famiglia in un anno consuma la stessa acqua necessaria a “generare” 5 chili di carne bovina, pensateci quando comprate una bistecca, mangiatela ma apprezzatene il suo valore). Senza considerare l’impatto dei carburanti per muovere le macchine agricole, i fertilizzanti (sia come inquinamento che come impatto per l’utilizzo di combustibili fossili), e la logistica annessa.
Sapevo che le mucche fossero responsabili per più del 10% delle emissioni di gas serra, a causa dell’impatto dell’allevamento e anche delle emissioni (metano specialmente) che produce il letame bovino. Avete mai visto la “cacca” di una mucca?? Non auguro mai a nessuno di metterci il piede dentro.

Quanto mangia un uomo?? Non lo so, ma facendo un calcolo ad occhio su me stesso (sono una buona forchetta ma mangio in maniera equilibrata) ingurgito 1 chilogrammo al giorno di cibo di diverso tipo. Forse mangerò di meno, non lo so mai pesato. Solo che quel chilogrammo contempla anche carne (a parte il pesce, ma questo è prevalentemente spontaneo e quindi non ci interessa) e quindi magari per alimentare un giorno me stesso sono stati impiegati all’origine 20-30 chilogrammi di biomassa tra i vegetali diretti (frutta, legumi, zucchero e verdure che mangio), i suoi derivati (cereali quindi pasta, pane, brioches etc) e in larga parte quelli utilizzati per far “crescere” la braciola, la bistecca, l’hamburger.         
In pratica per alimentare un essere umano occorre estrarre dalle superficie coltivabili 20-30-40 chilogrammi al giorno, a secondo di quanto si è opulenti e carnivori. Questo perché parte della nostra dieta è rappresentata da animali non spontanei, ma allevati appositamente per assecondare un consumo “modaiolo” o culturale che è il consumo di carne allevata, che per crescere in numero tale da soddisfare il consumo umano richiedono allevamenti dedicati e un enorme quantità di superficie agricola coltivabile e tutto ciò che ne consegue. 

Ora di quanta biomassa vegetale avremmo bisogno se dalla nostra dieta eliminiamo ogni traccia di carne allevata? (questo è il problema, mica la carne in generale)

Per alimentare un essere umano vegetariano penso che occorrano pochi chili di biomassa vegetale.  Non né ho idea ma se ingurgito 2-3-4 chilogrammi di vegetali direttamente o trasformati ad occhio riesco a saziarmi. In realtà molte persone in questo pianeta sopravvivono con pochi etti di cibo (e nemmeno). Quindi scusate l’ingordigia, il problema siamo noi occidentali opulenti mica quelli del Mozambico. Molta gente sopravvive con un pugno di riso al dì.
Quindi per alimentare un uomo che ha una dieta ibrida vegetale e animale occorrono 20-30-40 chilogrammi di cibo primario, mentre un vegetariano puro ha bisogno di pochi chilogrammi. Con quello che usiamo per alimentare 1 persona a regime alimentare ibrido potremmo alimentare 10 persone “vegetariane” utilizzando le superfici disponibili. Quelle da coltivare servirebbero per favorire l’espansione e la crescita della popolazione. O farci energia.

Con questo non voglio dire che dovremmo diventare tutti vegetariani. Sono un grande carnivoro, la carne mi piace. Or ora ho mangiato delle costatine di maialino deliziose e allevato allo stato brado. Il mio è solo un discorso paradossale per dire che non è vero che la terra è un posto per alcuni miliardi di persone, ma cambiando le nostre abitudini alimentari e sposando una cultura vegetariana ci sarebbero risorse per tutti, quello che ci sono e quelli che ci potrebbero essere. In realtà è per sottolineare quanto poco efficiente e sprecone è l’allevamento animale, in quanto è un anello addizionale nel bilancio della catena alimentare dell’uomo.

Se la nostra dieta fosse di soli vegetali, senza farli mangiare prima agli animali e poi mangiare quest’ultimi, la Terra sarebbe un posto migliore e soprattutto ci sarebbero risorse per miliardi e miliardi di persone. Semplice constatazione. Non voglio inimicarmi la lobby degli allevatori e criticarli.
Ciò non significa che non dobbiamo più mangiare carne, ma che dovremmo ringraziare i vegetariani perché vivono a basso impatto, e che gli stessi allevamenti andrebbero ripensati in un ottica di basso impatto ambientale, ovvero di essere più efficienti ed evitare gli sprechi.
Un piccolo esempio, non completamente pertinente: prendiamo l’etanolo, che è l’alcool comune. Per ottenerlo si coltivano biomasse quali canna da zucchero o mais. In Usa usano il mais. Il mais serve per alimentare animali ed esseri umani (ovvero chi mangia pop corn, pannocchie lesse e chi mangia polenta, non conosco altri usi alimentari umani del mais!!!). Escludiamo chi mangia le insalatine dove appaiono una ventina di teneri e gialli chicchi di mais. Nelle distillerie di etanolo da mais, da un bushel (circa 30 chili di mais, lo suppongo) si ottengono circa 10 litri di etanolo. Ora da più parti viene criticato l’etanolo in quanto è poco efficiente o meglio toglie terreni utili alle coltivazioni umane ed animali e viene accusato di essere alla base della corsa al rialzo delle commodity alimentari. Una cosa buona è lo scarto della distillazione dell’etanolo dal grano che è una poltiglia (WDG = Wet Distilled Grains) che è un ottimo mangime per gli animali, ad alto contenuto proteico e contiene anche l’acqua (un 30%) impiegata per la fermentazione dell’etanolo. Ora basterebbe mettere gli allevamenti animali vicino alle distillerie di etanolo e dal mais (che comunque sarebbe stato destinato in gran parte all’alimentazione animale) avremmo ottenuto sia energia (etanolo) che cibo con gli animali. In più i produttori di etanolo chiuderebbero i bilanci in utile.  Insomma due piccioni con una fava. Questo sarebbe un modo intelligente di “sfruttare” le coltivazioni intensive e assecondare i nostri famelici stili di vita a tavola come alla guida. Comunque per l’etanolo sono allo studio tecnologie che permetteranno di ottenerlo partendo da scarti vegetali e biomassa legnosa. Miracolo della biotecnologia (lo dico per i detrattori) che utilizzerà un microbo intelligente e molto laborioso, ma altre tecnologie sono in fase di sviluppo.

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